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24 febbraio 2026

“San Luca”, ridotti da 40 a 30 i posti letto del reparto di Medicina

L’Ulss 5 Polesana comunica la nomina del nuovo Direttore del reparto di Medicina.
Ufficializzato il taglio di dieci posti letto.


Il Gazzettino 18 febbraio 2026, pag X

È stato nominato il nuovo direttore del reparto di Medicina generale di Trecenta. Bene, buon lavoro a lui e ai suoi collaboratori.

Tuttavia a chi segue le vicende dell’ospedale “San Luca” non è però sfuggito un dettaglio assai rilevante e preoccupante. Nel comunicato stampa dell’Ulss si afferma che il reparto dispone di 30 posti letto attivi (erano 40). E questo significa che l’ospedale ha perso altri dieci posti letto.

Durante l’estate era consuetudine dell’Ulss far “pesare” sull’ospedale di Trecenta la turnazione per ferie del personale dipendente dimezzando i posti letto attivi di medicina, perdendo sostanzialmente un’ala del reparto. A Fine estate venivano poi ripristinati. Nel 2025 non è accaduto.

Nel post del 16/10/2025 “È confermato: al San Luca non sono stati ripristinatii posti letto di Medicina dopo le ferie estive” riportavamo le dichiarazioni del Nursind, il sindacato degli infermieri, secondo il quale i posti letto non erano stati riattivati a Medicina dopo le ferie.

Ora è la stessa Ulss a confermarlo.

Il “San Luca” dispone ormai di soli 70 posti letto in totale: 30 a Medicina, 16 nel reparto di riabilitazione fisica, 4 in terapia intensiva e 20 in chirurgia (che però funziona soltanto dal lunedì al venerdì, sabato e domenica chiude!).

Di questo passo dove andremo a finire?

Il Piano Socio Sanitario Regionale (Pssr) è scaduto da tempo, che cosa ci sarà per l’ospedale di Trecenta nel nuovo?

Altopolesani protestiamo! Facciamoci sentire, informiamo i sindaci dei nostri Comuni, i candidati per i quali abbiamo votato, i politici che conosciamo. Nessuno di loro si può chiamare fuori dalla responsabilità di assicurare anche in altopolesine un’assistenza sanitaria decente.

03 aprile 2024

Ospedale "San Luca". Il nuovo direttore generale dell'Ulss 5 tra promesse e propaganda

Il nuovo direttore generale dell'Ulss visita il "San Luca" e l'approccio non è dei migliori:

"No al ripristino del Pronto Soccorso". Ben che vada ci sarà forse un medico in più, la notte, per non lasciare il Punto di Primo intervento completamente sguarnito in caso di chiamate al 118.

E poi l'esaltazione dell'ospedale di comunità, una struttura che fornisce soltanto un'assistenza di tipo infermieristico e che potrebbe essere collocata anche esternamente all'ospedale, in un punto sanità o in una casa di riposo.

Per il nuovo direttore generale dell'Ulss 5 Polesana i problemi del "San Luca" consisterebbero nelle "polemiche alimentate" dal nostro comitato per il "presunto ridimensionamento dell'ospedale" (vedi Rovigo News https://www.rovigo.news/il-dg-dellulss-5-polesana-pietro-girardi-ha-incontrato-la-sindaca-anna-gotti/).

Di seguito si riporta la risposta del Comitato altopolesano dei cittadini per il "San Luca".

------INIZIO DOCUMENTO

Comitato altopolesano dei cittadini per il “San Luca”

Aderente a CoVeSaP, Coordinamento Veneto Sanità Pubblica - sito internet: https://ospedaletrecenta.blogspot.com/

Cominciamo male!

Per il nuovo direttore generale dell'Ulss 5 Polesana i problemi del "San Luca" consisterebbero nelle "polemiche alimentate" dal nostro comitato per il "presunto ridimensionamento dell'ospedale" (vedi https://www.rovigo.news/il-dg-dellulss-5-polesana-pietro-girardi-ha-incontrato-la-sindaca-anna-gotti/).

Come non fosse vero che:

  • dei 132 posti letto programmati dalla regione ne sono attivi solo 80;

  • il Pronto Soccorso non è più stato ripristinato dopo il Covid;

  • gli accessi al Punto di Primo Intervento si sono ridotti di 5.000 unità ;

  • l'orario di funzionamento del Laboratorio Analisi è stato limitato a sole sei ore al giorno;

  • il reparto di Riabilitazione, a fronte dei 50 posti programmati e 26 inaugurati, ne ha attivi soltanto 16 (o 20);

  • l'ospedale ha un solo vero reparto per acuti, quello di Medicina, coadiuvato dalla terapia intensiva;

  • la Chirurgia svolge solo interventi programmati che si risolvono dal lunedì al venerdì: chiude il sabato e la domenica.

L'Ulss 5 vive di propaganda, getta fumo negli occhi, confonde le acque. Come quando spaccia per reparto ospedaliero l'ospedale di comunità che, invece, dispone soltanto di assistenza infermieristica e che potrebbe essere collocato anche esternamente all'ospedale, in un punto sanità o in una casa di riposo.

Ma l'ospedale di Trecenta no, non vive di propaganda. Vive se viene ripristinato il Pronto Soccorso, se accoglie reparti e servizi utili alla popolazione.

Nessun ospedale in Veneto è stato tanto taglieggiato dai Piani Socio Sanitari Regionali. E l'Ulss 5 non da attuazione nemmeno a quelli.

Le soluzioni proposte dal nuovo direttore generale sono lontanissime dal necessario: un medico in più per il Punto di Primo Intervento non lo trasformerà in un Pronto Soccorso. Promettere di valorizzare l'ospedale con "reparti e servizi di eccellenza oltre che con l’ospedale di comunità" suona come una presa in giro. Ci basterebbe la normalità.

All'ospedale di Trecenta SERVE MOLTO, MOLTO DI PIU'

Data, 2 aprile 2024

Comitato altopolesano dei cittadini per il “San Luca”

-----FINE DOCUMENTO

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31 maggio 2021

Università di Padova, “La mancata zona rossa d’autunno in Veneto ha provocato 3mila morti in più”

fonte: Il Fatto quotidiano, 29 maggio 2021

Uno studio dell'Università di Padova prospetta un bilancio ancor più disastroso della gestione della pandemia in Veneto durante la seconda ondata.


Il permanere del Veneto in zona gialla durante l’autunno e la prima fase invernale del 2020 è alla base della drammatica escalation di morti. Ed è quantificabile in almeno 3mila decessi che si sarebbero potuti evitare. A sostenerlo è uno studio condotto dal professore Enrico Rettore, docente di Econometria all’Università di Padova, che ha analizzato l’andamento della pandemia in relazione ai vari livelli di lockdown, raffrontandoli con le regioni confinanti, la Lombardia, l’Emilia-Romagna e la Provincia autonoma di Trento.

Leggi l'articolo completo

28 maggio 2021

CoVeSaP condanna attacco di Azienda Zero (leggi Zaia) al prof. Crisanti

 fonte: https://www.vicenzapiu.com/leggi/inchiesta-report-rai3-su-criticita-seconda-ondata-pandemia-covid-in-veneto-covesap-condanna-attacco-di-azienda-zero-al-prof-crisanti/

Inchiesta Report (Rai3) su criticità seconda ondata pandemia Covid in Veneto

CoVeSaP (Coordinamento Veneto per la Sanità Pubblica) condanna attacco di Azienda Zero al prof. Crisanti

La trasmissione Report di lunedì 26 aprile su Rai3 ha mostrato le gravi criticità della seconda ondata della pandemia in Veneto per numero di contagi, ricoveri e, soprattutto, decessi da Covid-19, in forte contrasto con quanto accaduto nel corso della prima ondata. Nei mesi di novembre e dicembre, il pervicace mantenimento della Zona Gialla malgrado la situazione pandemica fuori controllo, ha creato le condizioni di quella che CoVeSaP ha definito lAnomalia veneta”. A nulla sono serviti i numerosi allarmi e gli esposti alla magistratura di CoVeSaP e di altri autorevoli soggetti che chiedevano misure più restrittive urgenti.

Le testimonianze di scienziati, operatori sanitari e cittadini costituiscono levidenza per capire le cause della tragedia: la permanenza in Zona Gialla prima di tutto, basata sulla dichiarazione, da parte della Regione, di un numero gonfiato di posti letto di terapia intensiva disponibili, ma anche il tracciamento inefficace o inesistente e luso improprio dei tamponi rapidi (antigenici di prima e seconda generazione) nelle RSA, nei pronto soccorso e nel personale sanitario. Questi, secondo CoVeSaP, sono i fattori che hanno contribuito maggiormente allesplosione di contagi, ricoveri e decessi (stimati in almeno 2.000 oltre gli attesi, sulla base dellincidenza media nazionale dei decessi per settimana riportata sul sito della Protezione Civile per il periodo dal 1° dicembre 2020 al 1° marzo 2021).

Di fronte a questo contesto CoVeSaP condanna le accuse e la denuncia per diffamazione rivolte da Azienda Zero al prof. Crisanti che per primo, a fine ottobre, quando lesplosione dei contagi non era ancora iniziata, aveva comunicato tempestivamente allAzienda Ospedale-Università e alla Regione i risultati preliminari delle analisi comparative tra tamponi rapidi e molecolari, che documentavano la scarsa affidabilità (70%) dei rapidi, e i rischi derivanti da un loro uso generalizzato. Lo studio, retrospettivo osservazionale ed indipendente, è stato effettuato in collaborazione con altri ricercatori dellAzienda Ospedale-Università di Padova, approvato dal Comitato Etico e inviato per pubblicazione ad unimportante rivista internazionale.

Il Coordinamento Veneto per la Sanità Pubblica esprime la sua piena solidarietà, personale e istituzionale, al prof. A. Crisanti, riconoscendogli il ruolo fondamentale svolto fin dal primo momento e continuativamente nella lotta alla pandemia. Non solo con la dimostrazione dellimportanza dei soggetti non sintomatici e con altre osservazioni originali pubblicate su prestigiose riviste internazionali, ma anche con la segnalazione dei rischi di un uso improprio dei tamponi rapidi. E’ inaccettabile che chi lavora al servizio della scienza possa essere oggetto di minacce e denunce a causa dei risultati dei propri studi. CoVeSaP incoraggia dunque il prof. Crisanti a resistere alle intimidazioni, continuando a svolgere il suo ruolo di scienziato indipendente e rigoroso. E con lui incoraggiamo a resistere e sosteniamo anche tutti i ricercatori e i sanitari impegnati nella lotta alla pandemia e nella difesa e crescita della sanità pubblica.

Per CoVeSaP:

Comitato per la difesa dellospedale di Adria e dei servizi socio-sanitari (RO); Comitato Alto Polesano dei cittadini per S. Luca di Trecenta (RO); Comitato per la difesa della Sanità Pubblica Alta Marca (TV); Comitato Sanità Pubblica Alto Vicentino (VI); Movimento per la difesa della Sanità Pubblica Veneziana (VE); Associazione tutela salute del cittadino e salvaguardia Ospedali di Pieve di Cadore ed Agordo (BL); Comitato per la difesa dellospedale Fracastoro di S. Bonifacio (VR); Associazione APRI; Comitato SOS Ospedale SantAntonio (PD); Comitato Alta Padovana Camposampiero (PD); Comitato Popolare Lasciateci respirare” (Bassa Padovana).

Maurizio Manno Orianna Zaltron Massimo Marco Rossi Paolo Fumagalli

27 maggio 2021

Report, il giallo veneto. Sanità veneta durante la seconda ondata. Duemila morti in più. Il servizio di Report di lunedì 26 aprile 2021

 fonte: Report



Cosa è successo alla sanità veneta? Nella gestione del virus all'inizio sono stati i primi della classe. Ma a gennaio hanno registrato il tasso di mortalità più alto d'Italia. Nonostante il parametro di occupazione delle terapie intensive fosse stato superato, già a novembre, il Veneto è rimasto in zona gialla. Perché? Uno degli artefici dei successi della prima ondata è stato il prof. Andrea Crisanti che però durante la seconda ondata è stato messo da parte e non sono stati ascoltati i suoi allarmi sulla sensibilità dei tamponi rapidi di cui il Veneto ha fatto largo uso. 

Rivedi la puntata

28 marzo 2020

Combattere COVID-19 in Italia: etica, logistica e terapie dalla linea del fronte dell'epidemia

di Lisa Rosenbaum, M.D. (NEJM, March 18, 2020)
traduzione Dr. Simone Sbrenna, MD, PhD, medico convenzionato SSN

Introduzione a cura del Dr. Simone Sbrenna
Con un articolo sul prestigioso New England Journal of Medicine, la Dr.ssa Lisa Rosenbaum, cardiologa di Boston, Massachusetts, invita la comunità scientifica a non negare l’evidenza: a fronte di risorse ospedaliere limitate, l’epidemia da COVID-19 mette ogni giorno i medici italiani nella condizione di dover scegliere quali pazienti salvare e quali lasciar morire. Come il diritto al lavoro, anche il diritto alla salute (riconosciuto all’articolo 32 dalla Costituzione italiana come diritto fondamentale dell'individuo) è ormai lettera morta, essendo stato sacrificato sull’altare del pareggio di bilancio. In altre parole, l’obiettivo perseguito dal sistema sanitario nazionale non è più quello di tutelare la salute dei cittadini, ma di contenere la spesa sanitaria. Oltre ad auspicare la massima trasparenza su ciò che sta accadendo in Lombardia per ottenere maggiore cooperazione dalla popolazione (concetto condivisibile), la dr.ssa Rosenbaum insiste sul fatto che la scarsità delle risorse sia un dato di fatto ineludibile e non una precisa scelta di politica economica (concetto su cui vale la pena, invece, di riflettere). Dunque la giusta domanda da porsi forse non è “quale di questi due pazienti è più etico salvare?”, bensì “cosa ha reso impossibile salvarli tutti e due?”.


Combattere COVID-19 in Italia: etica, logistica e terapie dalla linea del fronte dell'epidemia. https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2005492
Lisa Rosenbaum, M.D. (NEJM, March 18, 2020)


Alcune settimane fa, il dottor D., primario di cardiologia di mezza età in uno dei più grandi ospedali del nord Italia, ha avuto la febbre. Temendo di essere stato contagiato da COVID-19, ha chiesto di eseguire un tampone nasofaringeo, ma gli è stato risposto che non c'erano abbastanza tamponi disponibili e che poteva eseguire il test solo chi aveva avuto contatti stretti con una persona infetta. Gli è stato quindi consigliato di restare a casa fino alla risoluzione della febbre. E’ tornato al lavoro 6 giorni dopo, ma dopo 5 giorni la febbre si è ripresentata e a breve è comparsa anche la tosse. Si è nuovamente messo in quarantena nel seminterrato della sua abitazione per non esporre la sua famiglia al rischio di contagio.

Con la metà dei 1000 letti del suo ospedale occupati da pazienti infettati da COVID-19, il dottor D., che alla fine ha potuto eseguire il tampone nasofaringeo e il 10 marzo ha ricevuto come risposta un risultato positivo, sa di essere un malato fortunato, almeno rispetto ai circa 60-90 pazienti contagiati da COVID-19 che si presentano quotidianamente al pronto soccorso del suo ospedale. La ventilazione non invasiva viene tentata nel maggior numero possibile di casi, ma la rapidità del deterioramento respiratorio nei pazienti più gravi, compresi alcuni giovani, è sorprendente e spesso imprevedibile. "Non hai una bibbia predittiva per orientarti", mi ha detto il dottor D. e tale incertezza non fa che accentuare l'agonia per le decisioni difficili che i dottori sono costretti a prendere. "Dobbiamo decidere chi può andare avanti e chi no" ha aggiunto.

Il dottor D. è uno dei tre medici con cui ho parlato che ha in cura i pazienti contagiati da COVID-19 in Lombardia, costretta a sopportare il peso di migliaia di infezioni da coronavirus e, a metà marzo, di più di 1000 morti. Sebbene la natura catastrofica dell'epidemia in Lombardia sia stata ampiamente raccontata (https://www.nytimes.com/2020/03/12/world/europe/12italy-coronavirus-health-care.html), quando ho parlato con loro, tutti e tre hanno richiesto l'anonimato, perché stavano trasgredendo le direttive ricevute. Il dottor L., un medico dello staff di un altro ospedale, ha ricevuto un promemoria ospedaliero che proibisce di parlare con la stampa per evitare di provocare ulteriore allarme nella popolazione. Tuttavia, come ha sottolineato, minimizzare la gravità della situazione sta avendo conseguenze letali. "I cittadini faticano ad accettare le restrizioni", ha detto, "a meno che tu non dica loro la verità".

Ecco l’amara verità. Sebbene il sistema sanitario italiano sia molto apprezzato e abbia 3,2 letti ospedalieri per 1000 persone (rispetto a 2,8 negli Stati Uniti), soddisfare contemporaneamente le esigenze di così tanti pazienti in condizioni critiche si è rivelato impossibile. Gli interventi chirurgici non urgenti sono stati annullati, le procedure differibili sono state posticipate e le sale operatorie sono state trasformate in unità di Terapia Intensiva di fortuna. Con tutti i letti occupati, le aree amministrative e i corridoi sono disseminati di pazienti, alcuni dei quali sottoposti a ventilazione non invasiva.

Come curare questi pazienti? Oltre al supporto respiratorio mediante ventilazione, nella terapia delle forme più gravi di polmonite virale da COVID-19 possiamo solo procedere per tentativi, provando a usare Lopinavir-Ritonavir, Clorochina e talvolta cortisonici ad alte dosi.

E come continuare a prendersi cura dei pazienti che presentano altre malattie non correlate a COVID-19? Sebbene gli ospedali stiano cercando di creare unità separate dedicate ai pazienti COVID-19, è difficile proteggere gli altri pazienti dal contagio. Il dottor D., ad esempio, ha riferito che almeno cinque pazienti che erano stati ricoverati nel suo ospedale per infarto miocardico si presume che siano stati infettati da COVID-19 proprio mentre erano ricoverati in ospedale.

Se proteggere gli altri pazienti è difficile, lo è anche proteggere gli operatori sanitari, inclusi infermieri, terapisti respiratori e coloro che hanno il compito di pulire le stanze tra i pazienti. Quando abbiamo parlato, il dottor D. era uno dei sei medici della sua divisione sospettati di aver contratto l'infezione da COVID-19. Dati i ritardi nei test e la percentuale di persone infette che rimangono asintomatiche, è troppo presto per conoscere il tasso di infezione tra il personale ospedaliero. E sono proprio queste circostanze che rendono così difficile il controllo dell’epidemia. "L'infezione è ovunque in ospedale", mi ha detto il dottor D. "Anche se indossi indumenti protettivi e fai il meglio che puoi, non puoi controllarli."

La sfida, ha precisato, non è tanto il prendersi cura dei pazienti con malattia critica correlata a Covid-19, nelle cui stanze i medici entrano indossando dispositivi di protezione, ma lo svolgimento delle molte altre attività quotidiane del personale sanitario: toccare i computer, salire sugli ascensori, vedere i pazienti ambulatoriali, mangiare qualcosa. La quarantena obbligatoria per medici e infermieri infetti, anche quelli con malattia lieve, sembra fondamentale per il controllo delle infezioni. Pertanto, la carenza di manodopera dovuta ai colleghi ammalati deve essere gestita in qualche modo, anche tenendo conto che il personale ospedaliero con un’età più avanzata è sicuramente più vulnerabile all’infezione da COVID-19. Un giovane, il dottor S., mi ha detto che nel suo ospedale sono soprattutto i medici più giovani a combattere in prima linea, anche svolgendo turni extra e lavorando al di fuori delle loro specializzazioni. Ciò nonostante, ha aggiunto, tra i suoi colleghi più anziani non c’è nessuna volontà di fare un passo indietro. "Puoi vedere la paura nei loro occhi", ha detto, "ma non rinunciano a svolgere il loro lavoro di medici."

Qualunque sia la paura che questi medici nutrono per la propria salute, quello che sembrano trovare ben più insopportabile è guardare le persone morire perché la scarsità delle risorse limita la disponibilità di supporti per la ventilazione meccanica dei pazienti più gravi. La situazione è così drammatica da spingerli ad esitare nel descrivere come siano costretti a prendere decisioni estreme. Il dottor S. ha tracciato uno scenario “ipotetico” che coinvolge due pazienti con insufficienza respiratoria, uno di 65 anni e l'altro di 85 anni affetto da altre patologie: con un solo ventilatore, devi intubare il 65enne (e lasciare morire l’85enne). Il dottor D. mi ha detto che il suo ospedale ha preso in considerazione, oltre alla presenza di altre malattie, la gravità dell'insufficienza respiratoria e la probabilità di sopravvivere all'intubazione prolungata, con l'obiettivo di dedicare le sue risorse limitate a coloro che possono trarne maggiori benefici avendo una probabilità più alta di sopravvivere.

Sebbene gli approcci varino anche all'interno di un singolo ospedale, da quello che ho sentito spesso all'età viene dato una maggiore rilevanza. Ho ascoltato il racconto, ad esempio, riguardo un ottantenne che era "in perfetta salute fisica" fino a quando non ha sviluppato insufficienza respiratoria acuta da COVID-19. È morto perché non è stato possibile offrirgli la ventilazione meccanica. Anche se il sistema sanitario in Lombardia dispone di risorse importanti e ha ampliato il più possibile i posti letto in terapia intensiva, semplicemente non c'erano abbastanza ventilatori per tutti i pazienti che ne avevano bisogno. "Non c'è modo di trovare un'eccezione", mi ha detto il dottor L. "Dobbiamo decidere chi deve morire e chi dovremo mantenere in vita."

A contribuire alla scarsità delle risorse è l'intubazione prolungata di cui molti di questi pazienti necessitano a causa della polmonite virale - spesso da 15 a 20 giorni di ventilazione meccanica, con diverse ore trascorse in posizione prona e poi, in genere, uno svezzamento molto lento. Durante l’epidemia da COVID-19 in corso nel nord Italia, mentre i medici lottano ogni giorno per svezzare i pazienti dalla ventilazione meccanica, continuano ad arrivare altri pazienti con grave scompenso respiratorio, e gli ospedali hanno dovuto abbassare il limite di età dei pazienti da intubare, da 80 a 75 anni in un ospedale, per esempio. Sebbene i medici con cui ho parlato non fossero in alcun modo responsabili delle risorse insufficienti, tutti erano particolarmente sofferenti di fronte alla richiesta di descrivere come venivano prese le decisioni circa la scelta di quali pazienti intubare. Le mie domande sono state accolte con il silenzio o con l'esortazione a concentrarsi esclusivamente sulla necessità di prevenire i contagi e di mantenere opportune distanze tra le persone. Quando ho insistito con il dottor S., ad esempio, chiedendo se si stesse badando sull’età per decidere quali pazienti mettere in ventilazione meccanica, alla fine ha ammesso quanto gli dispiacesse di parlarne. "Questa non è una cosa bella da dire", mi ha detto. "Spaventerai solo un sacco di persone."
Il dottor S. è solo uno fra i tanti. La sofferenza generata dal dover prendere queste decisioni ha spinto molti medici della regione a cercare un consiglio etico. In risposta, il Collegio Italiano di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Rianimazione (SIAARTI) ha formulato raccomandazioni sotto la direzione di Marco Vergano, anestesista e presidente della Sezione Etica della SIAARTI (http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid-19%20-%20Clinical%20Ethics%20Reccomendations.pdf). Vergano, che ha lavorato sulle raccomandazioni da seguire nella cura dei pazienti critici in terapia intensiva, ha affermato che il comitato ha fatto appello alla "ragionevolezza clinica" e a quello che ha definito un approccio "utilitaristico soft" di fronte alla scarsità di risorse. Sebbene le linee guida non suggeriscano che l'età debba essere l'unico fattore che determina l'allocazione delle risorse, il comitato ha riconosciuto che potrebbe essere necessario fissare un limite di età per l'ammissione in terapia intensiva.

Spiegando la logica delle raccomandazioni, Vergano ha descritto quanto sia difficile per i pazienti fragili e per gli anziani sopravvivere alla prolungata intubazione richiesta per superare la polmonite causata da COVID-19. Per quanto straziante fosse ammetterlo, dopo circa una settimana di massiccia epidemia, è stato chiaro che intubare pazienti che avevano probabilità particolarmente basse di sopravvivere significava negare il supporto ventilatorio a chi invece aveva più alte speranze di sopravvivenza. In ogni caso, trattandosi di questioni così spinose, quando si deve mettere in pratica un razionamento delle risorse, passare il tutto sotto silenzio rende le cose più facili. D’altro canto, la guida etica è stata anche ampiamente criticata e i membri del comitato sono stati accusati di discriminare gli anziani. Altre critiche si sono basate sul fatto che la gravità della situazione sia stata sovradimensionata e che COVID-19 in fondo non sia peggio dell'influenza stagionale.

Sebbene i dilemmi etici, per definizione, non abbiano un’unica risposta giusta, se e quando altri sistemi sanitari affronteranno simili decisioni di razionamento delle risorse, il contraccolpo sociale sarà inevitabile. Per definire un contesto etico che regoli l'allocazione delle risorse in base alle priorità della società, Lee Biddison (un intensivista del Johns Hopkins), ha tenuto seminari in tutto il Maryland per confrontarsi con le posizioni dei membri della comunità. Il documento risultante, pubblicato nel 2019 e intitolato "Troppi pazienti ... un quadro per guidare l'allocazione statale della scarsa ventilazione meccanica durante i disastri" ha fatto notare che "una pandemia di influenza simile a quella del 1918 richiederebbe una terapia intensiva e una capacità di ventilazione meccanica significativamente maggiori di quelle ora disponibili” ed è giunto a principi etici simili a quelli del comitato italiano (Biddison et al. Chest 2019;155:848-854)..

I partecipanti hanno mostrato di condividere la bontà della scelta di salvare i malati con maggiore possibilità di sopravvivenza nel breve termine, e in seconda battuta, i malati che, grazie all’assenza di altre patologie coesistenti, avessero maggiori possibilità di sopravvivenza nel lungo termine. Sebbene i contributi dei partecipanti abbiano sottolineato che l'età non dovrebbe essere il criterio principale o unico per l'allocazione delle risorse, tutti hanno però riconosciuto che esistono circostanze in cui "potrebbe essere appropriato considerare l’età anagrafica nel processo decisionale".
Nonostante tali premesse etiche, quando si verifica una scarsità di risorse, ci sono molti scenari che potrebbero ancora risultare moralmente inaccettabili, in particolare a fronte ad una maggiore incertezza prognostica. Ad esempio, dovremmo togliere la ventilazione meccanica a un paziente stabilizzato che resiste strenuamente per darla a un altro paziente entrato da poco in insufficienza respiratoria? Dovremmo preferire di intubare una 55enne sana rispetto a una giovane madre con carcinoma mammario la cui prognosi non è chiara? Nel tentativo di affrontare tali dilemmi, Biddison e colleghi hanno anche formulato tre principi relativi alla questione che paiono vincolanti quanto quelli etici.

Il primo e più importante è separare i medici che forniscono assistenza da quelli che prendono le decisioni durante il triage, cioè durante l’inquadramento clinico del paziente. Il "responsabile del triage", supportato da un team con esperienza infermieristica e di terapia respiratoria, prenderebbe decisioni di allocazione delle risorse comunicandole al team clinico, al paziente e alla famiglia. Il secondo è che le linee guida generali per tali decisioni dovrebbero essere riviste periodicamente da un comitato di monitoraggio centralizzato a livello statale per garantire che non vi siano iniquità o scelte inadeguate. Il terzo è che anche l'algoritmo di triage dovrebbe essere rivisto regolarmente man mano che le conoscenze sulla malattia evolvono. Se decidessimo di non intubare i pazienti con COVID-19 per più di 10 giorni, per esempio, ma poi venissimo a sapere che questi pazienti hanno bisogno di almeno 15 giorni per riprendersi, avremo bisogno di cambiare i nostri algoritmi.

Unificare tutti questi principi, sia etici che pragmatici, equivale alla consapevolezza che solo mediante la massima trasparenza e inclusività sarà possibile ottenere la fiducia e la cooperazione della popolazione. In tutto il mondo - dai medici con la museruola in Cina, alle false promesse sulla capacità di eseguire tamponi per COVID-19 negli Stati Uniti, alle confutazioni delle affermazioni sul razionamento delle risorse in Italia - stiamo osservando che negare l’evidenza è controproducente. Il momento in cui la capacità di intervento viene sopraffatta dal panico dipende e dipenderà sempre dal contesto. Ma la tragedia in Italia rafforza la saggezza di molti esperti di sanità pubblica: usciremo da questa pandemia con la coscienza a posto solo se l’unica accusa che ci verrà rivolta sarà quella di avere affrontato l’emergenza esagerando le contromisure messe in atto.


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16 marzo 2020

Coronavirus. COME SI COMBATTE IN MODO EFFICACE UN’EPIDEMIA? Uno studio del Dr. Simone Sbrenna di Badia Polesine



Dal link sotto riportato è possibile scaricare un elaborato del Dr. Simone Sbrenna, Medico di Medicina Generale con ambulatorio in Badia Polesine.
Il documento è soggetto alla seguente licenza Creative Commons:

Si tratta di un lavoro specialistico che, infatti, è stato inviato alla direzione sanitaria dell'Ulss 5 quale contributo alla lotta contro il contagio da Covid-19. Tuttavia, per i lettori più interessati, può essere comunque comprensibile e di notevole interesse.

Nel testo sono linkate le fonti utilizzate.


Riporto qui le conclusioni.


  • L’epidemia da COVID-19 non è una “banale influenza stagionale” ed è gravata da una significativa mortalità, specie nelle fasce più anziane della popolazione.
  • Come risulta evidente da quanto visto finora, il modo più efficace per contrastare l’epidemia è eseguire un elevato numero di tamponi naso-faringei per diagnosticare precocemente i sospetti contagiati e di isolarli.

Scarica il testo integrale in formato pdf

AGGIORNAMENTO
Intervista al Dr. Simone Sbrenna, Il Resto del Carlino 24 marzo 2020

14 marzo 2020

Coronavirus. Le risorse disponibili per avere informazioni sicure


Per ottenere informazioni certe sullo stato del contagio, sulla mortalità e sulle guarigioni, segnalo alcune risorse di semplice consultazione.

Innanzi tutto il sito del ministero della salute http://www.salute.gov.it/portale/home.html cliccando sul banner in evidenza dedicato al nuovo coronavirus
Si accederà così alla sezione Notizie, e attendere che compaia, ad es. Covid-19: i casi in Italia alle ore XX del XX marzo per accedere al bollettino del giorno prima. Subito sotto, alla voce Consulta Tabelle è possibile visualizzare la Situazione in Italia e la Ripartizione per province alla stessa data.
Ancora più sotto, alla sezione Vai è possibile cliccare su Mappa della situazione in Italia per accedere ai dati elaborati dalla Protezione civile. Molto interessante.
Dalla parte in basso a destra, sezione Download dati: è possibile scaricare, in vari formati, tutte le informazioni utili sulla diffusione del contagio. Lo storico delle rilevazioni rimane disponibile.

La raccolta dei provvedimenti urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19 è disponibile sul sito della Gazzetta Ufficiale a questo link: https://www.gazzettaufficiale.it/dettaglioArea/12

13 marzo 2020

Covid-19. A proposito dell'ospedale San Luca, della terapia intensiva e degli ospedali privati convenzionati



Paolo Rizzati



Mi riallaccio alla notizia diffusa ieri (11 marzo 2020 ndr) secondo la quale il San Luca di Trecenta ospiterà le urgenze relative al Covid19 con l'attivazione di altri posti letto di terapia intensiva che potrebbero diventare, in relazione alle necessità che si dovessero prospettare, 10, o anche 15 con l'utilizzo di spazi delle sale operatorie (4 sono quelli previsti dalle schede ospedaliere approvate con la delibera della Giunta Regionale n. 614/2019).
Prima considerazione: BENE, il San Luca esce dal pesante cono d'ombra nel quale era finito dopo l'approvazione dell'ultimo Piano Socio Sanitario Regionale, è di nuovo tracciato dai radar aziendali;
Seconda considerazione: ciò premesso, il San Luca non può e non deve diventare il "lazzareto" di zaiana memoria, ma deve poter recuperare tanti dei posti letto e servizi eliminati con gli ultimi due piani socio sanitari: la sua importanza, non solo nel contesto altopolesano ma provinciale, non può essere messa in discussione!
Terza considerazione: sempre le schede di cui alla delibera di G.R. 614/2019 prevedono per le tre strutture private di Porto Viro, S.M. Maddalena e Rovigo, rispettivamente, 150 posti letto - il San Luca ne conteggia 132! - + 15 extra, 54 p.l. + 31 extra e 100 p.l. + 6 extra; il presidio bassopolesano si è visto assegnare, anche, 4 posti letto di terapia intensiva: queste strutture, che ingoiano un sacco di soldi pubblici, sono state coinvolte nella lotta al Covid19? Se si, come? Se no, perché?
Non ho sentito (mi è sfuggita?) alcuna dichiarazione dei responsabili delle cliniche private di cui sopra, sempre pronti a comparire sui media per tessere le lodi del loro insostituibile ruolo di primari attori della sanità polesana e veneta, che dicesse: signori, ci siamo anche noi! Diamo la nostra piena disponibilità in questo terribile momento per far fronte alle tante e gravi necessità!
Armiamoci e partite! A noi la polpa e a voi l'osso!
Quarta considerazione: in questi giorni è stato diffuso un documento di un'associazione di categoria - SIAARTI - dei medici che lavorano in Terapia Intensiva nel quale, in estrema sintesi, si affermava che, se i posti letto non dovessero essere sufficienti, si "raccomanda" di utilizzarli solo per coloro che hanno una maggiore aspettativa di vita (i più giovani) lasciando al loro destino i più vecchi. Una prospettiva semplicemente allucinante dal punto di vista etico ed anche giuridico - artt. 3 e 32 della Costituzione - (con quali criteri, poi? Tra un 30enne con patologie e un 70enne ancora in forma chi si sceglierà?). Ma la domanda collegata è: perché siamo arrivati a questo punto?
Non è che, al di là della indiscutibile gravità della situazione, molto di più si sarebbe potuto fare e si potrebbe fare se la sanità pubblica non fosse stata massacrata come lo è stata negli ultimi 20/25 anni? E in questo, purtroppo, Veneto docet...
Trecenta 12/03/2020

05 marzo 2020

Corona virus, attivo il numero verde regionale per il Veneto: 800462340


In caso di dubbi o sospetti chiamate il numero verde regionale 800462340, in caso di sintomi non andate in ospedale ma chiamate il 118
Seguire costantemente i canali social regionali https://www.facebook.com/RegionedelVeneto
https://twitter.com/RegioneVeneto e i comunicati stampa con oggetto "Coronavirus"
(fonte: sito web della Regione Veneto)





05 giugno 2019

Benazzo (Cgil): all'Ulss 5 Polesana, nonostante l'azione dei sindaci e del sindacato, pesanti i tagli negli ospedali pubblici

fonte: RovigoOggi.it

Davide Benazzo, segretario provinciale di FP Cgil Rovigo fa un resoconto dei posti letto e delle apicalità che si sono perse in provincia di Rovigo dopo l’approvazione delle schede ospedaliere


“I comunicati dell’Ulss e molti messaggi nei social mi ricordano molto la sindrome di Stoccolma. La sanità pubblica del Polesine non ha avuto regali da nessuno, si è semplicemente, grazie alle manifestazioni di protesta in primis dei sindaci e della Cgil, ridotto i tagli e ha conservato parti estremamente importanti per i nostri servizi (tra questi la chirurgia e urologia di Adria e la terapia intensiva di Trecenta, oltre alla classificazione “Spoke” di Adria)”. A parlare è il rappresentante della Cgil di Rovigo, Davide Benazzo che commenta le schede ospedaliere da poco approvate dalla giunta regionale.  
“Di fatto - analizza Benazzo - anche con le ultime modifiche, confrontando il tutto con la situazione esistente (diversa dalla programmazione del 2013 mai arrivata a completa applicazione), questo è il risultato: l’ospedale di Trecenta perde l’apicalità di chirurgia e di anestesia e rianimazione, perde 2 posti letto in chirurgia, 10 in ginecologia e, cosa più rilevante, perde 5 posti letto di riabilitazione spinale”
Il rappresentante della Cgil prosegue rilevando che l’ospedale di Rovigo perde l’Usd di ematologia, di dermatologia, di fisica sanitaria e della terapia del dolore, perde 29 posti letto tra lungodegenza e riabilitazione. 
“L’ospedale di Adria perde l’apicalità di Orl, di pediatria, della direzione medica, della farmacia ospedaliera, della radiologia e l’Usd di cardiologia, anatomia patologica e di medicina trasfusionale, perde 9 posti letto di chirurgia, 2 di oculistica, 4 di Orl, 9 di ortopedia (perde i posti letto ordinari e il Centro trauma di riferimento passa a Porto Viro), 12 di ostetricia e ginecologia, 4 di pediatria”. 
Benazzo spiega anche che nell’area materno infantile si sono create le stesse condizioni di 10 anni fa a Trecenta che poi hanno portato alla chiusura del punto nascite. “A questo si aggiunga che tutte le strutture, compresa la classificazione in “Spoke” di Adria, rimangono sotto esame della direzione dell’Area sanità e sociale della Regione con valutazione finale in base al decreto ministeriale 70 e al Piano nazionale esiti dell’Agenas che, alla luce dell’importante sofferenza degli organici che sta mettendo in discussione la stessa erogazione dei servizi, del bacino d’utenza chiaramente troppo basso anche a causa della legge regionale di riforma delle Ulss, della forte competizione del privato, vero vincente di queste schede ospedaliere, rimanda solo di due anni ulteriori tagli con il forte rischio di marginalizzazione della nostra provincia, in barba all’articolo 4 del Piano socio sanitario regionale che prevede la salvaguardia delle specificità tra cui il Polesine. Da sottolineare poi il tentativo di giustificare i tagli con l’evoluzione della sanità che dovrebbe vedere sempre più ridurre l’attività ospedaliera a vantaggio del territorio quando le stesse schede decretano un rafforzamento degli ospedali privati. 
Secondo Benazzo, l’ospedale di Porto Viro quasi raddoppia l’attività chirurgica (più 11 posti letto di chirurgia e 10 di ortopedia) diventando Centro trauma di riferimento del Basso Polesine e aumenta di 4 posti la riabilitazione, a cui si aggiungono 15 posti di extra Regione e 12 di comunità.  
“L’ospedale privato di Rovigo cede 10 posti di chirurgia a fronte dell’aumento di 20 posti di medicina e 20 di riabilitazione, passando da 70 posti letto totali a 100 (incremento posti letto di quasi il 50%). L’ospedale di Santa Maria Maddalena vede fortemente implementare l’attività chirurgica dove i posti letto diventano ordinari e ai quali si sommano altri 31 posti letto per l’extra regione”.
Benazzo ritiene utile anche sottolineare che dal 2010 al 2017 (“dati Ulss”) “il costo della produzione, cioè quanto speso per la nostra sanità, è passato da circa 580 milioni a 547 e il costo del personale da 152 a 147 milioni. In merito poi agli investimenti strutturali utile ricordare che quanto finalmente ora si sta realizzando, compreso il nuovo laboratorio, sono progetti che risalgono a ben prima che arrivasse il dottor Compostella e che risolvono situazioni fortemente in difficoltà soprattutto nella parte vecchia dell’ospedale.
Per vedere anche il bicchiere mezzo pieno, oltre a riconoscere positivo il risultato delle iniziative di protesta con il recupero di parte dei tagli, riteniamo positiva la scelta di invertire la precedente programmazione del 2013 mantenendo con un leggero aumento i posti letto dell’Area medica anche alla luce di una mancata riforma del territorio, da circa 8 anni fiore all’occhiello della Regione come le mai realizzate medicine di gruppo integrate, che purtroppo continua a determinare un intasamento dei pronto soccorsi e dei reparti medici che spesso ricoverano ben oltre alla normale capienza”. 
Articolo di Sabato 18 Maggio 2019

01 aprile 2019

Le schede ospedaliere in conferenza dei sindaci. Ultima occasione per dimostrare di esistere


ALL'ODG SCHEDE OSPEDALIERE E "PAGELLA" DEL DIRETTORE GENERALE




Per i sindaci polesani sarà l'ultima occasione per dimostrare che si fanno carico dei bisogni sanitari dei propri cittadini. L'ultima possibilità perché la conferenza dei sindaci non si riveli un vuoto teatrino, un'inutile passerella.


Giovedì 4 aprile 2019, alle ore 15.00, presso l'aula magna della cittadella sanitaria a Rovigo, si riunirà la conferenza dei sindaci.

Si discuterà delle schede ospedaliere approvate dalla giunta regionale e della valutazione annuale del direttore generale dell'Ulss 5.

Con le schede ospedaliere la giunta Zaia prevede l'eliminazione della terapia intensiva presso l'ospedale Trecenta (vedi post precedente) e la decimazione dei primari all'ospedale di Adria.

Una proposta inaccettabile, senza se e senza ma, senza distinguo e senza sfumature. Inaccettabile e basta.

Qualunque documento venga approvato dalla conferenza dei sindaci, o respingerà completamente la programmazione della giunta regionale o sarà inutile, assolutamente privo di efficacia, definitivamente lontano dai bisogni della popolazione polesana. Serve una terapia d'urto, dichiarare lo scontro frontale contro chi vuole affossare la sanità pubblica.

La conferenza dei sindaci dovrà poi valutare l'operato del direttore generale dell'Ulss, dirigente che è diretta emanazione del presidente della giunta regionale e che ne attua, pena il licenziamento, le politiche sanitarie. Le politiche di cui sopra.
Logica vorrebbe che se ne traessero le conseguenze.


Conferenza dei sindaci, se ci sei batti un colpo


25 marzo 2019

Ospedale di Trecenta senza terapia intensiva. Conseguenze drammatiche

La giunta regionale vuole eliminare la terapia intensiva dall'ospedale "San Luca" di Trecenta.
Quali saranno le conseguenze?


La terapia intensiva del "San Luca" ha sempre avuto come principale nemico il suo stesso primario che, da quanto ci viene segnalato, a più riprese ne ha proposto la chiusura. Ora ci si mette anche la giunta regionale.
Con le nuove schede ospedaliere i posti letto saranno 16 a Rovigo e 4 a Adria. E tutto ciò senza che nessun politico alzi la testa e la voce.
Perdere quei posti letto significa, per l'ospedale di Trecenta, togliere preziose possibilità di cura soprattutto ai pazienti anziani con patologie di tipo medico, mentre a Rovigo la priorità dei posti letto è per i pazienti chirurgici.
A riforma esecutiva gli anziani ricoverati al San Luca, senza la terapia intensiva, dovranno farcela con le loro forze e con il solo supporto del reparto medico.
Ovviamente togliere la terapia intensiva significa anche togliere la presenza del medico rianimatore di notte e nei festivi.
Infine, l'attività chirurgica. Senza terapia intensiva non potranno più essere eseguiti interventi complessi che ne prevedono il supporto. La chirurgia diventerà un'attività residuale, patetica.
La drammatica carenza di anestesisti (nella nostra Ulss ne mancano 15), di cui è responsabile prioritariamente l'amministrazione regionale, farà il gioco della giunta Zaia che troverà un ottimo appiglio per proseguire nella sua opera di devastazione della sanità pubblica.

23 marzo 2019

Ospedale di Trecenta, sparita la Terapia Intensiva. Nemmeno una parola sui giornali

Nell'immagine potete vedere la scheda ospedaliera proposta dalla giunta regionale a corredo del nuovo piano socio-sanitario. Deliberazione n. 22 del 13 marzo 2019.


24 febbraio 2018

Ulss 5 Polesana. Salute e gossip

Comitato altopolesano dei cittadini per il “San Luca”
Portavoce Jenny Azzolini, Via Matteotti 82 – 45027 Trecenta (Ro) - Tel. 0425701126 – Cell. 3473490340

24 febbraio 2018

Salute e gossip

La notiziona. Con un sussulto (latente) di autonomia decisionale il dg Compostella, (forse) anche senza l’input di Zaia, ha ascoltato (una tantum) il suo orgoglio dirigenziale: ha firmato un accordo con l’emittente tv “Antenna Tre” (39.000 euro di spesa) per diffondere il suo verbo fra le plebi polesane.
Quindi: basta col “giornale della salute”, basta con la carta patinata, basta con gli slogan innovativi di travolgente effetto come “Paga il ticket … perché il tempo è denaro” o “ La salute è tranquillità paga il ticket”, capaci di sedurre anche le menti più pigre.
Serviva un salto di qualità, uno scatto di scioccante innovazione ed ecco l’accordo terapeutico televisivo.
Quindi, aspettando i messaggi di Antenna Tre, godiamoci l’attesa con qualche riflessione.
Prima riflessione. Compostella parla di «motivazione e coinvolgimento di tutti gli operatori, quindi efficacia organizzativa, benessere del personale per la qualità soddisfacente delle relazioni interpersonali, e gratificazione per la qualità del servizio offerto».
In seguito all’indagine voluta dalla Regione Veneto sul benessere organizzativo Compostella afferma “All’indagine ha partecipato attivamente circa il 40% dei dipendenti, la finalità era di conoscere l’opinione su alcuni aspetti riguardanti l’organizzazione e l’ambiente di lavoro, il rapporto con i colleghi e con i superiori, al fine di migliorarli nel prossimo futuro. stimolando i dipendenti a dare il meglio di sé e riconoscendo «il merito come un valore fondamentale».
E dopo la prima giornata di studio sul benessere organizzativo aziendale, (27 novembre Aula Magna Cittadella) a cui sono stati invitati tutti i responsabili di servizio, dirigenti, coordinatori,  il direttore conclude «… noi, risultati alla mano, cominciamo subito, per dare forza a un clima aziendale motivante e positivo, a mettere in campo una serie di azioni che hanno lo scopo di migliorare la qualità delle relazioni tra professionisti, e quindi, i risultati generali.»
Dubbi.
1. che il merito sia un valore è ovvio, ma che sia "sempre" il criterio su cui si fonda la scelta per l’assegnazione degli incarichi lo credono solo quelli cresciuti nel giardino delle fate.
2. Compostella parla anche di piena dignità per l’ospedale di Trecenta, dice che      l’unificazione delle due Ulss ha significato integrazione e servizi non toccati, con ospedali che lavorano a pieno regime. Per noi l’affermazione tradisce la verità.
Altro che "servizi non toccati": al "San Luca", ad esempio, c'è stata una drastica riduzione delle prestazioni di endoscopia, che erano un fiore all’occhiello dell'ospedale; la perdita di interventi di Pronto Soccorso per incerta presenza di specialisti negli ambulatori; il taglio di decine di posti letto per acuti, tra i quali anche quelli dell’Area Medica.
Ora si parla pure della possibilità di chiusura o riduzione del servizio ospedaliero di diabetologia. E pare che, dai prossimi mesi, almeno una parte importante delle prestazioni Tac sarà fruibile solo dai pazienti interni al San Luca.
Altro che “pieno regime”. Nella foto la sala d'attesa di un martedì qualunque a fisiatria: vuota.

Eppure c’è domanda di prestazioni, con liste di attesa lunghissime.
Invece al privato, guarda caso, si accede con rapida ma inquietante solerzia. Come mai?
E se Compostella chiude “in bellezza” il 2017 con un deficit in calo a noi pare che non ci sia eliminazione dello spreco e razionalizzazione vera delle spese perché poi mancano ad esempio ecografi, i ventilatori hanno 20 anni e l’adeguamento tecnologico è relativo e discutibile.
Tutti possono leggere i commenti su Face book che parlano delle fiabe di cattivo gusto narrate dal direttore generale dell'Ulss.
Il clima che si respira in ospedale è pesante per responsabilità che non sono della gente che ci lavora.
Per il personale la situazione è difficile. Anzi noi dobbiamo essere grati a chi lavora in situazioni gravate da carenze, come il 13% in meno di operatori rispetto alla pianta organica.
A questo si aggiungano gli spostamenti (obbligati proprio per mancanza di personale) che impegnano infermieri in settori spesso delicati senza una temporanea preparazione specifica ( ad esempio in oncologia, nel gruppo operativo, in terapia intensiva)
BOLLINI ROSA 2018-2019: ROVIGO, ADRIA E TRECENTA BRILLANO
Il Bollino Rosa è un riconoscimento nazionale che viene concesso dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna agli ospedali che offrono servizi d’eccellenza
Orbene al San Luca è stato chiuso il Punto Nascite. Cioè nell’Altopolesine, i cui comuni avevano (e probabilmente hanno) il più alto numero di nati, non si nasce più a Trecenta. E le nascite avvengono solo in piccola parte a Rovigo.
Per fortuna resta l’ottima qualità del servizio di procreazione medicalmente assistita (PMA). Quindi pensiamo sia dovuto a questo il merito del bollino rosa. (Però va ricordato che qualche anno fa al San Luca erano stati attribuiti 3 bollini rosa)
Il Direttore Generale dell’ULSS 5 dice di aver coinvolto le unità operative “rosa” dei tre Ospedali, il direttore sanitario Contato aggiunge: “… siamo riusciti ad arrivare ad un livello di cure molto alto per la prevenzione e la cura dell’universo femminile, i bollini rosa sono la migliore attestazione della bontà di scelte fatte per raggiungere capillarmente le donne …”.
Membri del nostro Comitato sono andati a ringraziare i professionisti della PMA. Non sapevano dell'attribuzione del bollino rosa. Non sono stati interpellati per i questionari, non sono stati avvisati del riconoscimento.
Altro che riconoscimento del merito come valore fondamentale.
Questo è il clima reale nell’Asl 5. Le cosiddette giornate di studio non sono sufficienti nemmeno se condotte da docenti di formazione bocconiana. Se non c’è fra tutti gli operatori quella carica, anche emotiva, che nasce da rispetto e fiducia (non solo formali) di chi rappresenta le istituzioni. E il rispetto cresce e si stabilizza se chi dirige mostra di meritarlo con le azioni. Definite non dalle chiacchiere. Ma dai fatti.
Per il Comitato la portavoce Jenny Azzolini

13 maggio 2016

Terapia intensiva. "Non chiudete quel reparto: hanno ridato la vita a mio marito"


OSPEDALE ULSS 18 SAN LUCA TRECENTA (ROVIGO) La toccante lettera di una rodigina che ha toccato con mano la professionalità dei medici: "Gli hanno insegnato di nuovo a camminare, a parlare, a vivere"

(da RovigoOggi.it)

Spesso si parla della chiusura dell'ospedale San Luca di Trecenta, o comunque del taglio di alcuni suoi reparti, non giudicate strategici o convenienti. La lettera di una donna al cui marito è stata letteralmente donata una seconda vita in quelle corsie capovolge del tutto le prospettive e fa riflettere seriamente.

Trecenta (Ro) - "La terapia intensiva dell'ospedale San Luca di Trecenta è seriamente a rischio chiusura, il personale è poco e i turni a cui è sottoposto sono tosti. Non sono nessuno, ma ho avuto la fortuna di conoscere i professionisti che lavorano qui in un difficile momento della mia vita e nel mio piccolo vorrei far qualcosa per far capire l'importanza di questo reparto e la ricchezza di chi ci lavora".
Comincia così la testimonianza di Laura Marchetti, che arriva in un momento non facile per la sanità polesana in genere e per l'ospedale San Luca in particolare, spesso al centro di ipotesi di chiusura o comunque di ridimensionamento.
"Non sono un politico - prosegue la testimonianza - e so far quadrare a malapena i conti della mia famiglia, non certo quelli di un ospedale o una regione. Ma so per certo che i letti della terapia intensiva non sono mai abbastanza purtroppo. Lo so perché mio marito ci ha passato quasi 2 mesi, dopo 50 minuti di arresto cardiaco. E so anche che la terapia intensiva di un grande ospedale ha ritmi molto diversi da quelli di un piccolo ospedale in mezzo alla campagna, ma non per questo è meno utile o importante, anzi!".
"Senza le strategie e le terapie messe in atto a Rovigo forse mio marito non sarebbe qui ora, ma senza le cure e le attenzioni che ha ricevuto al San Luca non avrebbe avuto un recupero così importante, perché non basta la terapia giusta, servono anche tanti stimoli per tornare alla propria vita! E la nostra vita è ricominciata grazie a quei medici e infermieri che ogni giorno hanno dato il massimo per curarlo, aiutarlo, incoraggiarlo, facendo una diagnosi tempestiva e al tempo stesso stimolando le sue capacità, facendogli ricordare e memorizzare il nome delle sue bimbe, spronandolo a non arrendersi e a non abbattersi, a sforzarsi a parlare, a muoversi, a guardare anche dove la vista lo ingannava".
"In questo modo ha iniziato il suo percorso riabilitativo fin da subito, sfruttando al massimo le sue potenzialità, che gli hanno permesso un pieno recupero contro ogni iniziale prospettiva! La dottoressa Anna Bocchi è una persona straordinaria, che fa il proprio lavoro con competenza, amore e passione, che non dimentica mai il lato umano della terapia, che sa trovare le parole giuste per il paziente e i suoi familiari. E straordinario è tutto il suo staff, nessuno escluso, fatto di medici e infermieri preparati e attenti ad ogni esigenza! Sono i 'cugini di campagna' e si sa che l'aria di campagna fa davvero bene".
"Per cui prima di chiudere questo reparto pensate se davvero si risparmia qualcosa, se davvero vale la pena perdere una risorsa del genere. Perché i letti a Rovigo non saranno mai abbastanza, perché ci sono pazienti che devono passare molto tempo in terapia intensiva, che non possono andare in reparti dove i ritmi sono veloci e le attenzioni ridotte. Perché quando una cosa funziona bisognerebbe trovare tutte le risorse disponibili per supportarla. Perché sarebbe una grande perdita per tutto il territorio. Perché a volte il vero guadagno è investire invece che tagliare".
12 maggio 2016