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28.3.20

Combattere COVID-19 in Italia: etica, logistica e terapie dalla linea del fronte dell'epidemia

di Lisa Rosenbaum, M.D. (NEJM, March 18, 2020)
traduzione Dr. Simone Sbrenna, MD, PhD, medico convenzionato SSN

Introduzione a cura del Dr. Simone Sbrenna
Con un articolo sul prestigioso New England Journal of Medicine, la Dr.ssa Lisa Rosenbaum, cardiologa di Boston, Massachusetts, invita la comunità scientifica a non negare l’evidenza: a fronte di risorse ospedaliere limitate, l’epidemia da COVID-19 mette ogni giorno i medici italiani nella condizione di dover scegliere quali pazienti salvare e quali lasciar morire. Come il diritto al lavoro, anche il diritto alla salute (riconosciuto all’articolo 32 dalla Costituzione italiana come diritto fondamentale dell'individuo) è ormai lettera morta, essendo stato sacrificato sull’altare del pareggio di bilancio. In altre parole, l’obiettivo perseguito dal sistema sanitario nazionale non è più quello di tutelare la salute dei cittadini, ma di contenere la spesa sanitaria. Oltre ad auspicare la massima trasparenza su ciò che sta accadendo in Lombardia per ottenere maggiore cooperazione dalla popolazione (concetto condivisibile), la dr.ssa Rosenbaum insiste sul fatto che la scarsità delle risorse sia un dato di fatto ineludibile e non una precisa scelta di politica economica (concetto su cui vale la pena, invece, di riflettere). Dunque la giusta domanda da porsi forse non è “quale di questi due pazienti è più etico salvare?”, bensì “cosa ha reso impossibile salvarli tutti e due?”.


Combattere COVID-19 in Italia: etica, logistica e terapie dalla linea del fronte dell'epidemia. https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2005492
Lisa Rosenbaum, M.D. (NEJM, March 18, 2020)


Alcune settimane fa, il dottor D., primario di cardiologia di mezza età in uno dei più grandi ospedali del nord Italia, ha avuto la febbre. Temendo di essere stato contagiato da COVID-19, ha chiesto di eseguire un tampone nasofaringeo, ma gli è stato risposto che non c'erano abbastanza tamponi disponibili e che poteva eseguire il test solo chi aveva avuto contatti stretti con una persona infetta. Gli è stato quindi consigliato di restare a casa fino alla risoluzione della febbre. E’ tornato al lavoro 6 giorni dopo, ma dopo 5 giorni la febbre si è ripresentata e a breve è comparsa anche la tosse. Si è nuovamente messo in quarantena nel seminterrato della sua abitazione per non esporre la sua famiglia al rischio di contagio.

Con la metà dei 1000 letti del suo ospedale occupati da pazienti infettati da COVID-19, il dottor D., che alla fine ha potuto eseguire il tampone nasofaringeo e il 10 marzo ha ricevuto come risposta un risultato positivo, sa di essere un malato fortunato, almeno rispetto ai circa 60-90 pazienti contagiati da COVID-19 che si presentano quotidianamente al pronto soccorso del suo ospedale. La ventilazione non invasiva viene tentata nel maggior numero possibile di casi, ma la rapidità del deterioramento respiratorio nei pazienti più gravi, compresi alcuni giovani, è sorprendente e spesso imprevedibile. "Non hai una bibbia predittiva per orientarti", mi ha detto il dottor D. e tale incertezza non fa che accentuare l'agonia per le decisioni difficili che i dottori sono costretti a prendere. "Dobbiamo decidere chi può andare avanti e chi no" ha aggiunto.

Il dottor D. è uno dei tre medici con cui ho parlato che ha in cura i pazienti contagiati da COVID-19 in Lombardia, costretta a sopportare il peso di migliaia di infezioni da coronavirus e, a metà marzo, di più di 1000 morti. Sebbene la natura catastrofica dell'epidemia in Lombardia sia stata ampiamente raccontata (https://www.nytimes.com/2020/03/12/world/europe/12italy-coronavirus-health-care.html), quando ho parlato con loro, tutti e tre hanno richiesto l'anonimato, perché stavano trasgredendo le direttive ricevute. Il dottor L., un medico dello staff di un altro ospedale, ha ricevuto un promemoria ospedaliero che proibisce di parlare con la stampa per evitare di provocare ulteriore allarme nella popolazione. Tuttavia, come ha sottolineato, minimizzare la gravità della situazione sta avendo conseguenze letali. "I cittadini faticano ad accettare le restrizioni", ha detto, "a meno che tu non dica loro la verità".

Ecco l’amara verità. Sebbene il sistema sanitario italiano sia molto apprezzato e abbia 3,2 letti ospedalieri per 1000 persone (rispetto a 2,8 negli Stati Uniti), soddisfare contemporaneamente le esigenze di così tanti pazienti in condizioni critiche si è rivelato impossibile. Gli interventi chirurgici non urgenti sono stati annullati, le procedure differibili sono state posticipate e le sale operatorie sono state trasformate in unità di Terapia Intensiva di fortuna. Con tutti i letti occupati, le aree amministrative e i corridoi sono disseminati di pazienti, alcuni dei quali sottoposti a ventilazione non invasiva.

Come curare questi pazienti? Oltre al supporto respiratorio mediante ventilazione, nella terapia delle forme più gravi di polmonite virale da COVID-19 possiamo solo procedere per tentativi, provando a usare Lopinavir-Ritonavir, Clorochina e talvolta cortisonici ad alte dosi.

E come continuare a prendersi cura dei pazienti che presentano altre malattie non correlate a COVID-19? Sebbene gli ospedali stiano cercando di creare unità separate dedicate ai pazienti COVID-19, è difficile proteggere gli altri pazienti dal contagio. Il dottor D., ad esempio, ha riferito che almeno cinque pazienti che erano stati ricoverati nel suo ospedale per infarto miocardico si presume che siano stati infettati da COVID-19 proprio mentre erano ricoverati in ospedale.

Se proteggere gli altri pazienti è difficile, lo è anche proteggere gli operatori sanitari, inclusi infermieri, terapisti respiratori e coloro che hanno il compito di pulire le stanze tra i pazienti. Quando abbiamo parlato, il dottor D. era uno dei sei medici della sua divisione sospettati di aver contratto l'infezione da COVID-19. Dati i ritardi nei test e la percentuale di persone infette che rimangono asintomatiche, è troppo presto per conoscere il tasso di infezione tra il personale ospedaliero. E sono proprio queste circostanze che rendono così difficile il controllo dell’epidemia. "L'infezione è ovunque in ospedale", mi ha detto il dottor D. "Anche se indossi indumenti protettivi e fai il meglio che puoi, non puoi controllarli."

La sfida, ha precisato, non è tanto il prendersi cura dei pazienti con malattia critica correlata a Covid-19, nelle cui stanze i medici entrano indossando dispositivi di protezione, ma lo svolgimento delle molte altre attività quotidiane del personale sanitario: toccare i computer, salire sugli ascensori, vedere i pazienti ambulatoriali, mangiare qualcosa. La quarantena obbligatoria per medici e infermieri infetti, anche quelli con malattia lieve, sembra fondamentale per il controllo delle infezioni. Pertanto, la carenza di manodopera dovuta ai colleghi ammalati deve essere gestita in qualche modo, anche tenendo conto che il personale ospedaliero con un’età più avanzata è sicuramente più vulnerabile all’infezione da COVID-19. Un giovane, il dottor S., mi ha detto che nel suo ospedale sono soprattutto i medici più giovani a combattere in prima linea, anche svolgendo turni extra e lavorando al di fuori delle loro specializzazioni. Ciò nonostante, ha aggiunto, tra i suoi colleghi più anziani non c’è nessuna volontà di fare un passo indietro. "Puoi vedere la paura nei loro occhi", ha detto, "ma non rinunciano a svolgere il loro lavoro di medici."

Qualunque sia la paura che questi medici nutrono per la propria salute, quello che sembrano trovare ben più insopportabile è guardare le persone morire perché la scarsità delle risorse limita la disponibilità di supporti per la ventilazione meccanica dei pazienti più gravi. La situazione è così drammatica da spingerli ad esitare nel descrivere come siano costretti a prendere decisioni estreme. Il dottor S. ha tracciato uno scenario “ipotetico” che coinvolge due pazienti con insufficienza respiratoria, uno di 65 anni e l'altro di 85 anni affetto da altre patologie: con un solo ventilatore, devi intubare il 65enne (e lasciare morire l’85enne). Il dottor D. mi ha detto che il suo ospedale ha preso in considerazione, oltre alla presenza di altre malattie, la gravità dell'insufficienza respiratoria e la probabilità di sopravvivere all'intubazione prolungata, con l'obiettivo di dedicare le sue risorse limitate a coloro che possono trarne maggiori benefici avendo una probabilità più alta di sopravvivere.

Sebbene gli approcci varino anche all'interno di un singolo ospedale, da quello che ho sentito spesso all'età viene dato una maggiore rilevanza. Ho ascoltato il racconto, ad esempio, riguardo un ottantenne che era "in perfetta salute fisica" fino a quando non ha sviluppato insufficienza respiratoria acuta da COVID-19. È morto perché non è stato possibile offrirgli la ventilazione meccanica. Anche se il sistema sanitario in Lombardia dispone di risorse importanti e ha ampliato il più possibile i posti letto in terapia intensiva, semplicemente non c'erano abbastanza ventilatori per tutti i pazienti che ne avevano bisogno. "Non c'è modo di trovare un'eccezione", mi ha detto il dottor L. "Dobbiamo decidere chi deve morire e chi dovremo mantenere in vita."

A contribuire alla scarsità delle risorse è l'intubazione prolungata di cui molti di questi pazienti necessitano a causa della polmonite virale - spesso da 15 a 20 giorni di ventilazione meccanica, con diverse ore trascorse in posizione prona e poi, in genere, uno svezzamento molto lento. Durante l’epidemia da COVID-19 in corso nel nord Italia, mentre i medici lottano ogni giorno per svezzare i pazienti dalla ventilazione meccanica, continuano ad arrivare altri pazienti con grave scompenso respiratorio, e gli ospedali hanno dovuto abbassare il limite di età dei pazienti da intubare, da 80 a 75 anni in un ospedale, per esempio. Sebbene i medici con cui ho parlato non fossero in alcun modo responsabili delle risorse insufficienti, tutti erano particolarmente sofferenti di fronte alla richiesta di descrivere come venivano prese le decisioni circa la scelta di quali pazienti intubare. Le mie domande sono state accolte con il silenzio o con l'esortazione a concentrarsi esclusivamente sulla necessità di prevenire i contagi e di mantenere opportune distanze tra le persone. Quando ho insistito con il dottor S., ad esempio, chiedendo se si stesse badando sull’età per decidere quali pazienti mettere in ventilazione meccanica, alla fine ha ammesso quanto gli dispiacesse di parlarne. "Questa non è una cosa bella da dire", mi ha detto. "Spaventerai solo un sacco di persone."
Il dottor S. è solo uno fra i tanti. La sofferenza generata dal dover prendere queste decisioni ha spinto molti medici della regione a cercare un consiglio etico. In risposta, il Collegio Italiano di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Rianimazione (SIAARTI) ha formulato raccomandazioni sotto la direzione di Marco Vergano, anestesista e presidente della Sezione Etica della SIAARTI (http://www.siaarti.it/SiteAssets/News/COVID19%20-%20documenti%20SIAARTI/SIAARTI%20-%20Covid-19%20-%20Clinical%20Ethics%20Reccomendations.pdf). Vergano, che ha lavorato sulle raccomandazioni da seguire nella cura dei pazienti critici in terapia intensiva, ha affermato che il comitato ha fatto appello alla "ragionevolezza clinica" e a quello che ha definito un approccio "utilitaristico soft" di fronte alla scarsità di risorse. Sebbene le linee guida non suggeriscano che l'età debba essere l'unico fattore che determina l'allocazione delle risorse, il comitato ha riconosciuto che potrebbe essere necessario fissare un limite di età per l'ammissione in terapia intensiva.

Spiegando la logica delle raccomandazioni, Vergano ha descritto quanto sia difficile per i pazienti fragili e per gli anziani sopravvivere alla prolungata intubazione richiesta per superare la polmonite causata da COVID-19. Per quanto straziante fosse ammetterlo, dopo circa una settimana di massiccia epidemia, è stato chiaro che intubare pazienti che avevano probabilità particolarmente basse di sopravvivere significava negare il supporto ventilatorio a chi invece aveva più alte speranze di sopravvivenza. In ogni caso, trattandosi di questioni così spinose, quando si deve mettere in pratica un razionamento delle risorse, passare il tutto sotto silenzio rende le cose più facili. D’altro canto, la guida etica è stata anche ampiamente criticata e i membri del comitato sono stati accusati di discriminare gli anziani. Altre critiche si sono basate sul fatto che la gravità della situazione sia stata sovradimensionata e che COVID-19 in fondo non sia peggio dell'influenza stagionale.

Sebbene i dilemmi etici, per definizione, non abbiano un’unica risposta giusta, se e quando altri sistemi sanitari affronteranno simili decisioni di razionamento delle risorse, il contraccolpo sociale sarà inevitabile. Per definire un contesto etico che regoli l'allocazione delle risorse in base alle priorità della società, Lee Biddison (un intensivista del Johns Hopkins), ha tenuto seminari in tutto il Maryland per confrontarsi con le posizioni dei membri della comunità. Il documento risultante, pubblicato nel 2019 e intitolato "Troppi pazienti ... un quadro per guidare l'allocazione statale della scarsa ventilazione meccanica durante i disastri" ha fatto notare che "una pandemia di influenza simile a quella del 1918 richiederebbe una terapia intensiva e una capacità di ventilazione meccanica significativamente maggiori di quelle ora disponibili” ed è giunto a principi etici simili a quelli del comitato italiano (Biddison et al. Chest 2019;155:848-854)..

I partecipanti hanno mostrato di condividere la bontà della scelta di salvare i malati con maggiore possibilità di sopravvivenza nel breve termine, e in seconda battuta, i malati che, grazie all’assenza di altre patologie coesistenti, avessero maggiori possibilità di sopravvivenza nel lungo termine. Sebbene i contributi dei partecipanti abbiano sottolineato che l'età non dovrebbe essere il criterio principale o unico per l'allocazione delle risorse, tutti hanno però riconosciuto che esistono circostanze in cui "potrebbe essere appropriato considerare l’età anagrafica nel processo decisionale".
Nonostante tali premesse etiche, quando si verifica una scarsità di risorse, ci sono molti scenari che potrebbero ancora risultare moralmente inaccettabili, in particolare a fronte ad una maggiore incertezza prognostica. Ad esempio, dovremmo togliere la ventilazione meccanica a un paziente stabilizzato che resiste strenuamente per darla a un altro paziente entrato da poco in insufficienza respiratoria? Dovremmo preferire di intubare una 55enne sana rispetto a una giovane madre con carcinoma mammario la cui prognosi non è chiara? Nel tentativo di affrontare tali dilemmi, Biddison e colleghi hanno anche formulato tre principi relativi alla questione che paiono vincolanti quanto quelli etici.

Il primo e più importante è separare i medici che forniscono assistenza da quelli che prendono le decisioni durante il triage, cioè durante l’inquadramento clinico del paziente. Il "responsabile del triage", supportato da un team con esperienza infermieristica e di terapia respiratoria, prenderebbe decisioni di allocazione delle risorse comunicandole al team clinico, al paziente e alla famiglia. Il secondo è che le linee guida generali per tali decisioni dovrebbero essere riviste periodicamente da un comitato di monitoraggio centralizzato a livello statale per garantire che non vi siano iniquità o scelte inadeguate. Il terzo è che anche l'algoritmo di triage dovrebbe essere rivisto regolarmente man mano che le conoscenze sulla malattia evolvono. Se decidessimo di non intubare i pazienti con COVID-19 per più di 10 giorni, per esempio, ma poi venissimo a sapere che questi pazienti hanno bisogno di almeno 15 giorni per riprendersi, avremo bisogno di cambiare i nostri algoritmi.

Unificare tutti questi principi, sia etici che pragmatici, equivale alla consapevolezza che solo mediante la massima trasparenza e inclusività sarà possibile ottenere la fiducia e la cooperazione della popolazione. In tutto il mondo - dai medici con la museruola in Cina, alle false promesse sulla capacità di eseguire tamponi per COVID-19 negli Stati Uniti, alle confutazioni delle affermazioni sul razionamento delle risorse in Italia - stiamo osservando che negare l’evidenza è controproducente. Il momento in cui la capacità di intervento viene sopraffatta dal panico dipende e dipenderà sempre dal contesto. Ma la tragedia in Italia rafforza la saggezza di molti esperti di sanità pubblica: usciremo da questa pandemia con la coscienza a posto solo se l’unica accusa che ci verrà rivolta sarà quella di avere affrontato l’emergenza esagerando le contromisure messe in atto.


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23.3.20

Inquinamento da polveri sottili e diffusione del Coronavirus

Una prima analisi sulla diffusione del Covid-19 in relazione ai superamenti dei limiti dei PM10


In generale
Il particolato atmosferico funziona da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Inoltre, costituisce un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni.
Un’umidità relativa elevata può favorire un più elevato tasso diffusione del virus cioè di virulenza.
Il particolato atmosferico (PM10, PM2.5) costituisce un efficace vettore per il trasporto, la diffusione e la proliferazione delle infezioni virali.

Covid-19 e polveri sottili
Lo studio prodotto da Sima (Società Italiana di Medicina ambientale), Università di Bologna e Università di Bari, ha analizzato per ciascuna provincia:
- i dati di concentrazione giornaliera di PM10 rilevati dalle Agenzie Regionali per la Protezione
Ambientale (ARPA) di tutta Italia. Sono stati esaminati i dati pubblicati sui siti delle ARPA
relativi a tutte le centraline di rilevamento attive sul territorio, considerando il numero degli
eventi di superamento del limite di legge (50 μg m-3) per la concentrazione giornaliera di
PM10;
- i dati sul numero di casi infetti da COVID-19 riportati sul sito della Protezione Civile
(COVID-19 ITALIA)

Viene evidenziata una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di PM10 registrati nel periodo 10 Febbraio-29 Febbraio e il numero di casi infetti da COVID-19 aggiornati al 3 Marzo (considerando un ritardo temporale intermedio relativo al periodo 10-29 Febbraio di 14 gg approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus fino alla identificazione della infezione contratta).
La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia.


Commenti a questo e altri studi:
Coronavirus e inquinamento, ecco come stanno davvero le cose
Coronavirus e ambiente. L'INQUINAMENTO può favorire IL CONTAGIO e la virulenza del COVID-19
Coronavirus: l'inquinamento ha aperto la strada alla diffusione dell'infezione

18.3.20

Covid-19, nell'Ulss 5 eseguiti solo 308 tamponi a fronte di 1.334 casi sospetti. Polesani cittadini di serie Z, come Zaia


Incomprensibile il comportamento dell'Ulss 5 Polesana


Questo è il bollettino dell'Ulss 5 sulla situazione dell'infezione da Covid-19 alla data di oggi, 18 marzo 2020, alle ore 12.00.

A fronte di 860 persone in isolamento domiciliare e di altre 474 in sorveglianza attiva, per un totale di 1.334 casi sospetti, l'Ulss 5 ha eseguito soltanto 308 tamponi.


Ma come? Dove sono andati a finire i 32.000 tamponi che la regione dichiara di aver eseguito fino a due giorni fa? Dappertutto ma non qui in Polesine.

Al 13 marzo, in questa Ulss, erano stati eseguiti soltanto 185 tamponi con 23 casi positivi (vedi precedente post). Il presidente della giunta regionale ha dichiarato che da lunedì scorso i tamponi giornalieri sarebbero passati da 2.000 a 15.000 e questa decisione è stata sbandierata in tutte le sedi, il Veneto è diventato un modello da seguire.

Ora i casi sono due, o è stata tutta propaganda oppure i polesani sono cittadini di serie Z, come Zaia.


Intanto i positivi sono raddoppiati in due giorni.

16.3.20

Coronavirus. COME SI COMBATTE IN MODO EFFICACE UN’EPIDEMIA? Uno studio del Dr. Simone Sbrenna di Badia Polesine



Dal link sotto riportato è possibile scaricare un elaborato del Dr. Simone Sbrenna, Medico di Medicina Generale con ambulatorio in Badia Polesine.
Il documento è soggetto alla seguente licenza Creative Commons:

Si tratta di un lavoro specialistico che, infatti, è stato inviato alla direzione sanitaria dell'Ulss 5 quale contributo alla lotta contro il contagio da Covid-19. Tuttavia, per i lettori più interessati, può essere comunque comprensibile e di notevole interesse.

Nel testo sono linkate le fonti utilizzate.


Riporto qui le conclusioni.


  • L’epidemia da COVID-19 non è una “banale influenza stagionale” ed è gravata da una significativa mortalità, specie nelle fasce più anziane della popolazione.
  • Come risulta evidente da quanto visto finora, il modo più efficace per contrastare l’epidemia è eseguire un elevato numero di tamponi naso-faringei per diagnosticare precocemente i sospetti contagiati e di isolarli.

Scarica il testo integrale in formato pdf

AGGIORNAMENTO
Intervista al Dr. Simone Sbrenna, Il Resto del Carlino 24 marzo 2020

15.3.20

Coronavirus, i casi positivi in provincia di Rovigo aumentano ancora


da RovigoOggi.it

Segnalo questo articolo di RovigoOggi.it pubblicato il 14 marzo 2020, perché ci permette di rilevare un dato che mi pare significativo.

L'Ulss 5 Polesana, dall’inizio dell’emergenza, ha eseguito soltanto 185 tamponi.

Una quantità irrisoria se rapportata al totale di quelli esaminati nel Veneto oltre 32.000 a oggi.

Domanda: se nella provincia di Rovigo avessimo fatto 1.850 tamponi, dieci volte di più, i positivi sarebbero ancora 23?

14.3.20

Coronavirus. Le risorse disponibili per avere informazioni sicure


Per ottenere informazioni certe sullo stato del contagio, sulla mortalità e sulle guarigioni, segnalo alcune risorse di semplice consultazione.

Innanzi tutto il sito del ministero della salute http://www.salute.gov.it/portale/home.html cliccando sul banner in evidenza dedicato al nuovo coronavirus
Si accederà così alla sezione Notizie, e attendere che compaia, ad es. Covid-19: i casi in Italia alle ore XX del XX marzo per accedere al bollettino del giorno prima. Subito sotto, alla voce Consulta Tabelle è possibile visualizzare la Situazione in Italia e la Ripartizione per province alla stessa data.
Ancora più sotto, alla sezione Vai è possibile cliccare su Mappa della situazione in Italia per accedere ai dati elaborati dalla Protezione civile. Molto interessante.
Dalla parte in basso a destra, sezione Download dati: è possibile scaricare, in vari formati, tutte le informazioni utili sulla diffusione del contagio. Lo storico delle rilevazioni rimane disponibile.

La raccolta dei provvedimenti urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19 è disponibile sul sito della Gazzetta Ufficiale a questo link: https://www.gazzettaufficiale.it/dettaglioArea/12

13.3.20

Covid-19. A proposito dell'ospedale San Luca, della terapia intensiva e degli ospedali privati convenzionati



Paolo Rizzati



Mi riallaccio alla notizia diffusa ieri (11 marzo 2020 ndr) secondo la quale il San Luca di Trecenta ospiterà le urgenze relative al Covid19 con l'attivazione di altri posti letto di terapia intensiva che potrebbero diventare, in relazione alle necessità che si dovessero prospettare, 10, o anche 15 con l'utilizzo di spazi delle sale operatorie (4 sono quelli previsti dalle schede ospedaliere approvate con la delibera della Giunta Regionale n. 614/2019).
Prima considerazione: BENE, il San Luca esce dal pesante cono d'ombra nel quale era finito dopo l'approvazione dell'ultimo Piano Socio Sanitario Regionale, è di nuovo tracciato dai radar aziendali;
Seconda considerazione: ciò premesso, il San Luca non può e non deve diventare il "lazzareto" di zaiana memoria, ma deve poter recuperare tanti dei posti letto e servizi eliminati con gli ultimi due piani socio sanitari: la sua importanza, non solo nel contesto altopolesano ma provinciale, non può essere messa in discussione!
Terza considerazione: sempre le schede di cui alla delibera di G.R. 614/2019 prevedono per le tre strutture private di Porto Viro, S.M. Maddalena e Rovigo, rispettivamente, 150 posti letto - il San Luca ne conteggia 132! - + 15 extra, 54 p.l. + 31 extra e 100 p.l. + 6 extra; il presidio bassopolesano si è visto assegnare, anche, 4 posti letto di terapia intensiva: queste strutture, che ingoiano un sacco di soldi pubblici, sono state coinvolte nella lotta al Covid19? Se si, come? Se no, perché?
Non ho sentito (mi è sfuggita?) alcuna dichiarazione dei responsabili delle cliniche private di cui sopra, sempre pronti a comparire sui media per tessere le lodi del loro insostituibile ruolo di primari attori della sanità polesana e veneta, che dicesse: signori, ci siamo anche noi! Diamo la nostra piena disponibilità in questo terribile momento per far fronte alle tante e gravi necessità!
Armiamoci e partite! A noi la polpa e a voi l'osso!
Quarta considerazione: in questi giorni è stato diffuso un documento di un'associazione di categoria - SIAARTI - dei medici che lavorano in Terapia Intensiva nel quale, in estrema sintesi, si affermava che, se i posti letto non dovessero essere sufficienti, si "raccomanda" di utilizzarli solo per coloro che hanno una maggiore aspettativa di vita (i più giovani) lasciando al loro destino i più vecchi. Una prospettiva semplicemente allucinante dal punto di vista etico ed anche giuridico - artt. 3 e 32 della Costituzione - (con quali criteri, poi? Tra un 30enne con patologie e un 70enne ancora in forma chi si sceglierà?). Ma la domanda collegata è: perché siamo arrivati a questo punto?
Non è che, al di là della indiscutibile gravità della situazione, molto di più si sarebbe potuto fare e si potrebbe fare se la sanità pubblica non fosse stata massacrata come lo è stata negli ultimi 20/25 anni? E in questo, purtroppo, Veneto docet...
Trecenta 12/03/2020

Coronavirus, i casi in Veneto per provincia e per comune

Alle ore 7.30 di oggi 13 marzo 2020
16 casi in polesine: Rovigo, Adria e Lendinara con 3 casi ciascuno; Corbola 2; 1 nei comuni di Badia Polesine, Ceneselli, Ficarolo, Lusia e Salara

Scarica in formato pdf, più leggibile.


9.3.20

Coronavirus, Zaia nel caos. Prima chiede che tutto il Veneto sia zona rossa e poi protesta. Infine cambia nuovamente idea e plaude al governo

Di governanti così sono pieni i bar
La nuova zona arancione (Corriere della Sera, 8 marzo 2020)

Governatori, si fanno chiamare così i presidenti delle giunte regionali!

A noi, in Veneto, ne è capitato uno che contraddice se stesso. In dialetto, da queste parti, si direbbe: ora da ovi, ora da latte.

Pochi giorni fa chiedeva che tutta la regione fosse considerata zona rossa (si veda il Resto del Carlino del 4 marzo) ora che tre province vengono inserite nella nuova zona arancione (vedi Dpcm dell'8 marzo) sbraita per chiederne la revoca.

Rimango del parere che "Il federalismo è una cagata pazzesca". L'autonomia regionale ancor di più.

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Aggiornamento del 10 marzo 2020

In seguito al DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 9 marzo 2020, in vigore da oggi, che estende le norme a tutta Italia, Zaia cambia ancora idea e plaude alle misure restrittive. Insomma, è nella confusione più completa.

5.3.20

Corona virus, attivo il numero verde regionale per il Veneto: 800462340


In caso di dubbi o sospetti chiamate il numero verde regionale 800462340, in caso di sintomi non andate in ospedale ma chiamate il 118
Seguire costantemente i canali social regionali https://www.facebook.com/RegionedelVeneto
https://twitter.com/RegioneVeneto e i comunicati stampa con oggetto "Coronavirus"
(fonte: sito web della Regione Veneto)





17.1.20

CARENZA SPECIALISTI ED ESODO PENSIONI: gli studi Anaao Assomed dal 2010 ad oggi



Dal sito:
✅ Inizia nel 2010 l'attività dell'Anaao Assomed di analisi e studio dei fenomeni legati alla cattiva programmazione del personale, con la conseguente carenza di specialisti fino all'esodo di medici e dirigenti per effetto dei pensionamenti.
✅ Numeri allarmanti che alla fine sono riusciti a portare il tema nell'agenda politica.
✅ E grazie all'azione dell'Anaao dopo dieci anni si parla anche di soluzioni.

Vai alla pagina dedicata.

13.12.19

Casa di riposo di Badia. Il CdA non si fida dell'assessore Lanzarin e aumenta le rette


A ottobre una delegazione di familiari degli ospiti della casa di riposo di Badia Polesine strappano alcune promesse all'assessore regionale alla sanità e ai servizi sociali. L'amministrazione regionale si è impegnata ad aumentare il fondo per la non autosufficianza e a incrementare il numero delle impegnative di residenzialità, scandalosamente esigue rispetto alle esigenze. In sostanza, a venire incontro alle difficoltà economiche delle strutture pubbliche.
Ma evidentemente il consiglio di amministrazione della casa di riposo non si fida delle promesse dell'amministrazione regionale e ha mantenuto in vigore l'aumento delle rette appena deciso. Rette altissime che, oltre a mettere in difficoltà le famiglie, potrebbero aggravare la situazione finanziaria della struttura.
Con un lungo e dettagliato comunicato i familiari degli ospiti informano la cittadinanza sui motivi che causano una grave difficoltà alle famiglie e minacciano il futuro della struttura.
La decisione di aumentare le rette viene definita "iniqua, ingiusta e improponibile" e ne chiedono con determinatezza il ritiro. E concludono: "Entro il mese di Marzo del 2020 sapremo se la Regione avrà mantenuto le sue promesse. Prima di quella data auspichiamo che la delibera N° 51 del 17 Ottobre 2019 venga ritirata".
Riporto il resto integrale del comunicato e il link per scaricarlo in formato pdf.

----inizio documento

Comunicato del Comitato famigliare e dei famigliari

Ai famigliari della Casa del Sorriso, alle cittadine e cittadini della nostra città.


Come vi abbiamo comunicato, il 21 ottobre 2019, una delegazione dei famigliari della Casa del Sorriso è stata ricevuta dalla Dott.ssa Lanzarin; le motivazioni le conosciamo, difficoltà dell’Ente, aumento del fondo per la non autosufficienza, aumento delle impegnative di residenzialità.
Come abbiamo detto, ci sono state fatte delle proposte “speranzose” dall’Assessore ai Servizi Socio Sanitari della Regione.
Queste proposte ci sono sembrate concrete nel merito e nella sostanza. L’aumento del Fondo per la non autosufficienza, l’aumento della copertura delle impegnative di residenzialità al 90% per le strutture accreditate, una particolare attenzione per le strutture in difficoltà.
A più di un mese da quell’incontro, nella nostra casa di riposo, abbiamo osservato un graduale aumento delle impegnative residenziali, a vari livelli, che pur non avendo raggiunto la percentuale programmata, ci fa ben sperare.
Da fonti, attendibili sappiamo che questa percentuale (90%) dovrà essere raggiunta entro il prossimo marzo 2020.
Purtroppo
Con la delibera N° 51 del 17 ottobre 2019, l’attuale CDA della Casa del Sorriso, guidato dal Presidente Avv. Tommaso Zerbinati, il Vice Presidente Daniele Rossi e i consiglieri Adino Rossi, Anna Scanavacca, Carlina Valle, si è deciso di approvare, con decorrenza immediata le nuove rette di ospitalità per i nuovi ingressi di ospiti a libero mercato di € 98 al giorno per un ospite in stanza doppia e € 103 per una stanza singola.
Questa decisione scelta unilateralmente dal CDA, senza nessuna previa consultazione né con il Comitato Famigliari né con le forze sindacali, non è stata condivisa, anzi in alcune sedi è stato fatto presente quanto questa scelta sia controproducente ma soprattutto iniqua e quindi improponibile.
Controproducente, perché facciamo fatica a pensare che ci possano essere famiglie che si possano permettere una retta alberghiera pari a più di 3000 € al mese.
Che sia una struttura a 5 stelle ci sembra un po’ esagerato anche se sicuramente la professionalità degli operatori e la qualità dei servizi sono indiscutibili.
Probabilmente molte famiglie sceglieranno altre strutture meno care a parità di servizi.
Il Presidente Tommaso Zerbinati, eletto dalla giunta municipale guidata dal Sindaco Giovanni Rossi, in varie sedi ha affermato che questo aumento delle rette a 98 € in realtà si tratta di uno sconto che viene applicato all’ospite che entra in struttura senza l’impegnativa residenziale.
Questa “scontistica”, come viene chiamata, in realtà è un vero salasso per le famiglie che devono affrontare un costo così elevato.
Se invece si vuole impedire l’entrata di persone non sufficientemente abbienti rispetto a quelle con disponibilità economiche maggiore, allora lo si dica chiaramente, che si vuole creare una casa di riposo per un’elite di persone.
Con questo aumento si vuole scongiurare l’entrata di persone che non hanno già un’impegnativa residenziale. Ciò significa ridurre l’attuale numero di ospiti fino a raggiungere quelli per cui la struttura è accreditata.
Questa “soluzione” provocherebbe dei problemi a livello occupazionale ma anche per le famiglie che si troverebbero in difficoltà ad inserire il proprio caro.
Grave sarebbe se questo aumento fosse giustificato per ragioni di “cassa”, vorrebbe dire che ancora una volta, si và a chiedere ai famigliari di coprire i deficit di cassa creati in questi anni, per una o più cattive gestioni dell’Ente in questi anni.
Un'altra considerazione da fare è legata agli ospiti presenti nel nucleo SAPA (Alzheimer); al termine dei 60 giorni previsti al costo di 36 euro al giorno, si trovano ad affrontare una retta di 98 euro superiore di ben22 euro rispetto a quella precedente.
E’una proposta iniqua, perché a parità dei servizi prestati ci sarebbero degli ospiti che pagherebbero due cifre ben diverse che oscillano tra i 2350 € e i 3000 €.
Per tutte queste ragioni, pensiamo che questa delibera sia:
Iniqua, ingiusta e improponibile, chiediamo con determinatezza il suo ritiro.
Chiediamo, inoltre, che anche le attuali rette a libero mercato a 76€ al giorno, per chi è in struttura dalla data precedente alla delibera, vengano sensibilmente ridotte. Per le altre chiediamo che non vengano ulteriormente aumentate.
Crediamo fermamente che non spetti solamente ai famigliari il compito di risollevare le sorti di questo Ente, ma che spetti, alla politica, alle scelte oculate e lungimiranti, delle quali per il momento non ne vediamo né l’efficacia nè i risultati positivi.
Entro il mese di Marzo del 2020 sapremo se la Regione avrà mantenuto le sue promesse.
Prima di quella data auspichiamo che la delibera N° 51 del 17 Ottobre 2019 venga ritirata.

Badia Polesine 04/12/2019
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13.10.19

Rette alla Casa di riposo di Badia. I familiari scrivono una lettera aperta a Zaia, "siamo delusi"


Due inviti ignorati dal presidente della giunta regionale, il leghista Luca Zaia.
"Prima i veneti" è solo uno slogan. propaganda, un inganno per raccattare voti in campagna elettorale.


E' una lettera amara quella che un gruppo di familiari dei degenti della casa di riposo di Badia indirizza pubblicamente al presidente della giunta regionale veneta. Due gli inviti a Zaia per venire a discutere dei problemi della Casa del sorriso e delle elevate rette poste a carico dei congiunti. Il presidente li ha ignorati completamente, nessun riscontro, nessun cenno di vita.
Mancanza di tempo? Difficile come scusante viste le numerose partecipazioni alle iniziative di partito, alle inaugurazioni o ai festeggiamenti per il prosecco patrimonio dell'umanità.
Tempo per i veneti in casa di riposo non ne ha trovato, neanche un minuto.

Chi ha un po' di memoria, in particolare a Badia Polesine e nei comuni dove è stata tentata la privatizzazione delle case di riposo, ricorderà che Zaia presentò in pompa magna, subito dopo le vittoriose elezioni del 2015, occupando per giorni lo spazio dei giornali e dei tg locali, una serie di progetti di legge.
Tra questi, il 29/06/2015, ne presentò uno sulla riforma delle case di riposo (Ipab), materia sulla quale la Regione Veneto era rimasta l'unica a dover legiferare. Bene, dopo più di quattro anni il progetto di legge n. 25 è rimasto lettera morta.
Nel frattempo la regione ha autorizzato altri centri privati convenzionati che, godendo di un più favorevole regime fiscale, hanno lasciato vuoti molti letti nelle strutture pubbliche. E non è una coincidenza.

---- il testo della lettera dei familiari

Signor Presidente, ai primi di luglio i familiari di persone ricoverate, l’hanno invitata in casa di riposo a Badia Polesine senza aver ricevuto alcuna risposta.
A metà agosto le abbiamo scritto una seconda lettera senza avere risposta.
Signor Presidente speriamo che quelle due lettere non siano finite nel cestino.
Signor Presidente Lei dal Sole 24 ore è stato classificato come il primo e più amato di tutti i presidenti di regione d’Italia.
Signor Presidente Lei va a tutte le feste della Lega. Ci sta bene.
Signor Presidente Lei va ad inaugurare l’A31. Ci sta bene.
Signor Presidente Lei va ad inaugurare piste da sci. Ci sta bene.
Signor Presidente Lei va a festeggiare il prosecco patrimonio dell’umanità. Ci sta bene.
Signor Presidente non ci credevamo quando alcuni familiari della “Casa del Sorriso” ci dicevano di non illuderci perché il Presidente non avrebbe risposto a questo invito.
Signor Presidente i nostri anziani sono patrimonio del Veneto, sono emigrati in vari paesi del mondo e dopo anni sono tornati a casa, nella nostra Regione, con i soldi.
Signor Presidente il vostro slogan “Prima i veneti”. I nostri anziani sono veneti.
Signor Presidente noi diciamo prima i nostri anziani che hanno fatto il Veneto.
Signor Presidente il Veneto non lo hanno fatto Bossi, Zaia, Salvini e Galan. Lo hanno fatto i nostri vecchi.
Signor Presidente qui a Badia Polesine non la invitiamo più. Per i familiari della “Casa del Sorriso” lei è stato una delusione. Vada pure alle feste della polenta e della salsiccia dove la Lega prende voti. Perché alla fine è questo che vi interessa.
Signor Presidente il vostro slogan “prima i veneti” è buono solo per raccattare voti in campagna elettorale.
Signor Presidente a Badia Polesine comanda la Lega, in provincia la Lega, in regione la Lega, avete fatto un buon lavoro Signor Presidente.
Ma a lei Signor Presidente non interessa il destino delle famiglie degli anziani ricoverati nelle case di riposo.
Signor Presidente lei è il presidente di tutti, non solo dei votanti della Lega.
Signor Presidente alla festa della Lega a Conselve ha detto che vuole fare una rivoluzione.
Signor Presidente non la vediamo vestito da Zapata, Che Guevara, Danton o Roberspierre. Per fare una rivoluzione ci vuole del coraggio, visto che non ha trovato né il tempo né il coraggio per venire a confrontarsi con noi, allora, come dite voi, forse le mancano gli “attributi”?
Signor Presidente questa lettera volevamo mandarla a Lei. Invece la mandiamo ai giornali per fare capire alla gente chi è il governatore più amato dagli italiani.
Buona giornata Signor Presidente
Un gruppo di familiari della Casa del Sorriso  di Badia  Polesine
30/09/2019
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5.6.19

Benazzo (Cgil): all'Ulss 5 Polesana, nonostante l'azione dei sindaci e del sindacato, pesanti i tagli negli ospedali pubblici

fonte: RovigoOggi.it

Davide Benazzo, segretario provinciale di FP Cgil Rovigo fa un resoconto dei posti letto e delle apicalità che si sono perse in provincia di Rovigo dopo l’approvazione delle schede ospedaliere


“I comunicati dell’Ulss e molti messaggi nei social mi ricordano molto la sindrome di Stoccolma. La sanità pubblica del Polesine non ha avuto regali da nessuno, si è semplicemente, grazie alle manifestazioni di protesta in primis dei sindaci e della Cgil, ridotto i tagli e ha conservato parti estremamente importanti per i nostri servizi (tra questi la chirurgia e urologia di Adria e la terapia intensiva di Trecenta, oltre alla classificazione “Spoke” di Adria)”. A parlare è il rappresentante della Cgil di Rovigo, Davide Benazzo che commenta le schede ospedaliere da poco approvate dalla giunta regionale.  
“Di fatto - analizza Benazzo - anche con le ultime modifiche, confrontando il tutto con la situazione esistente (diversa dalla programmazione del 2013 mai arrivata a completa applicazione), questo è il risultato: l’ospedale di Trecenta perde l’apicalità di chirurgia e di anestesia e rianimazione, perde 2 posti letto in chirurgia, 10 in ginecologia e, cosa più rilevante, perde 5 posti letto di riabilitazione spinale”
Il rappresentante della Cgil prosegue rilevando che l’ospedale di Rovigo perde l’Usd di ematologia, di dermatologia, di fisica sanitaria e della terapia del dolore, perde 29 posti letto tra lungodegenza e riabilitazione. 
“L’ospedale di Adria perde l’apicalità di Orl, di pediatria, della direzione medica, della farmacia ospedaliera, della radiologia e l’Usd di cardiologia, anatomia patologica e di medicina trasfusionale, perde 9 posti letto di chirurgia, 2 di oculistica, 4 di Orl, 9 di ortopedia (perde i posti letto ordinari e il Centro trauma di riferimento passa a Porto Viro), 12 di ostetricia e ginecologia, 4 di pediatria”. 
Benazzo spiega anche che nell’area materno infantile si sono create le stesse condizioni di 10 anni fa a Trecenta che poi hanno portato alla chiusura del punto nascite. “A questo si aggiunga che tutte le strutture, compresa la classificazione in “Spoke” di Adria, rimangono sotto esame della direzione dell’Area sanità e sociale della Regione con valutazione finale in base al decreto ministeriale 70 e al Piano nazionale esiti dell’Agenas che, alla luce dell’importante sofferenza degli organici che sta mettendo in discussione la stessa erogazione dei servizi, del bacino d’utenza chiaramente troppo basso anche a causa della legge regionale di riforma delle Ulss, della forte competizione del privato, vero vincente di queste schede ospedaliere, rimanda solo di due anni ulteriori tagli con il forte rischio di marginalizzazione della nostra provincia, in barba all’articolo 4 del Piano socio sanitario regionale che prevede la salvaguardia delle specificità tra cui il Polesine. Da sottolineare poi il tentativo di giustificare i tagli con l’evoluzione della sanità che dovrebbe vedere sempre più ridurre l’attività ospedaliera a vantaggio del territorio quando le stesse schede decretano un rafforzamento degli ospedali privati. 
Secondo Benazzo, l’ospedale di Porto Viro quasi raddoppia l’attività chirurgica (più 11 posti letto di chirurgia e 10 di ortopedia) diventando Centro trauma di riferimento del Basso Polesine e aumenta di 4 posti la riabilitazione, a cui si aggiungono 15 posti di extra Regione e 12 di comunità.  
“L’ospedale privato di Rovigo cede 10 posti di chirurgia a fronte dell’aumento di 20 posti di medicina e 20 di riabilitazione, passando da 70 posti letto totali a 100 (incremento posti letto di quasi il 50%). L’ospedale di Santa Maria Maddalena vede fortemente implementare l’attività chirurgica dove i posti letto diventano ordinari e ai quali si sommano altri 31 posti letto per l’extra regione”.
Benazzo ritiene utile anche sottolineare che dal 2010 al 2017 (“dati Ulss”) “il costo della produzione, cioè quanto speso per la nostra sanità, è passato da circa 580 milioni a 547 e il costo del personale da 152 a 147 milioni. In merito poi agli investimenti strutturali utile ricordare che quanto finalmente ora si sta realizzando, compreso il nuovo laboratorio, sono progetti che risalgono a ben prima che arrivasse il dottor Compostella e che risolvono situazioni fortemente in difficoltà soprattutto nella parte vecchia dell’ospedale.
Per vedere anche il bicchiere mezzo pieno, oltre a riconoscere positivo il risultato delle iniziative di protesta con il recupero di parte dei tagli, riteniamo positiva la scelta di invertire la precedente programmazione del 2013 mantenendo con un leggero aumento i posti letto dell’Area medica anche alla luce di una mancata riforma del territorio, da circa 8 anni fiore all’occhiello della Regione come le mai realizzate medicine di gruppo integrate, che purtroppo continua a determinare un intasamento dei pronto soccorsi e dei reparti medici che spesso ricoverano ben oltre alla normale capienza”. 
Articolo di Sabato 18 Maggio 2019

4.6.19

Le nuove schede ospedaliere. Tutti i tagli della giunta Zaia ospedale per ospedale

Come previsto, passate le elezioni, ecco comparire sul Bur, il bollettino ufficiale della regione, la delibera della giunta regionale con cui vengono approvate le schede di dotazione ospedaliera. Si completa così il programma di tagli alla sanità pubblica voluto dal presidente della giunta regionale Luca Zaia. Ormai i voti li hanno presi: passato lo giorno, gabbato lo santo!
Per consultare la delibera e gli allegati, vai alla pagina del BurVeT, la versione elettronica del Bur.

3.5.19

Tagli alla sanità polesana. Oggi si riunisce la conferenza dei sindaci

Dopo la bocciatura delle proposte polesane di modifica delle schede ospedaliere regionali.
Quale sarà la reazione dei sindaci?

Oggi Venerdì 3 Maggio 2019, alle ore 14.30, presso l’Aula Magna dell’Azienda ULSS 5 Polesana, in Cittadella Socio Sanitaria, si riunisce la Conferenza dei Sindaci per esprimere il proprio parere sulle nuove schede ospedaliere, devastanti per la sanità pubblica polesana.

Quale sarà la reazione dei sindaci alla bocciatura delle loro proposte?

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Vedi anche Le nuove schede ospedaliere sono realtà, Rovigo in diretta, 2 maggio 2019.

9.4.19

Ospedali di Trecenta, Adria e Rovigo. Mobilitazione straordinaria sabato 13 aprile 2019



Mobilitazione straordinaria per difendere gli ospedali di Trecenta, Adria e Rovigo
E' venuto il momento di partecipare
Un'iniezione di coraggio e di orgoglio per i sindaci polesani

7.4.19

Casa di riposo di Badia Polesine. I familiari degli ospiti in conferenza dei sindaci dell'Ulss 5


Appello ai sindaci polesani: insostenibili i costi delle rette e insufficienti i contributi economici regionali




Lo scorso giovedì 4 aprile una delegazione di familiari degli ospiti della casa di riposo di Badia ha distribuito un appello ai sindaci polesani presenti alla conferenza dei sindaci dell'Ulss 5.
Il costo delle rette è salito a 1.650 euro mensili per gli anziani con il posto letto in convenzione con la regione, e a 2.280 euro per chi non vede riconosciuta la propria non autosufficienza.
"E’ per noi un vero e grave problema affrontare ogni mese il costo di queste rette. La maggior parte dei nostri cari hanno pensioni che sono sensibilmente inferiori a queste somme e il famigliare spesso deve integrare con le proprie risorse" si legge nel documento.
Mancano 41 impegnative, il contributo economico che l'amministrazione regionale eroga per ogni anziano non autosufficiente, e questo crea grandi difficoltà alle case di riposo pubbliche.
L'appello si conclude con una richiesta ben precisa: "Chiediamo a VOI e alla POLITICA di farvi carico di questo problema che non riguarda solamente la nostra casa di riposo ma anche molte IPAB che sono presenti nel territorio polesano.
Chiediamo che vi facciate portatori delle nostre istanze con gli organi competenti in primis con la Regione Veneto.
I famigliari, hanno fatto fino a questo momento la loro parte, ora è il momento che anche la politica faccia la sua.
Chi ci governa ha il dovere morale di prendere in esame anche il problema degli anziani non autosufficienti che hanno contribuito a costruire il nostro paese e dare un futuro migliore ai propri figli".


Vedi anche “La politica ha il compito di farsi carico degli anziani non autosufficienti” su rovigoindiretta.it

Nella foto, alcuni dei familiari durante la seduta del consiglio comunale di Badia Polesine lo scorso 30 novembre 2018.

1.4.19

Le schede ospedaliere in conferenza dei sindaci. Ultima occasione per dimostrare di esistere


ALL'ODG SCHEDE OSPEDALIERE E "PAGELLA" DEL DIRETTORE GENERALE




Per i sindaci polesani sarà l'ultima occasione per dimostrare che si fanno carico dei bisogni sanitari dei propri cittadini. L'ultima possibilità perché la conferenza dei sindaci non si riveli un vuoto teatrino, un'inutile passerella.


Giovedì 4 aprile 2019, alle ore 15.00, presso l'aula magna della cittadella sanitaria a Rovigo, si riunirà la conferenza dei sindaci.

Si discuterà delle schede ospedaliere approvate dalla giunta regionale e della valutazione annuale del direttore generale dell'Ulss 5.

Con le schede ospedaliere la giunta Zaia prevede l'eliminazione della terapia intensiva presso l'ospedale Trecenta (vedi post precedente) e la decimazione dei primari all'ospedale di Adria.

Una proposta inaccettabile, senza se e senza ma, senza distinguo e senza sfumature. Inaccettabile e basta.

Qualunque documento venga approvato dalla conferenza dei sindaci, o respingerà completamente la programmazione della giunta regionale o sarà inutile, assolutamente privo di efficacia, definitivamente lontano dai bisogni della popolazione polesana. Serve una terapia d'urto, dichiarare lo scontro frontale contro chi vuole affossare la sanità pubblica.

La conferenza dei sindaci dovrà poi valutare l'operato del direttore generale dell'Ulss, dirigente che è diretta emanazione del presidente della giunta regionale e che ne attua, pena il licenziamento, le politiche sanitarie. Le politiche di cui sopra.
Logica vorrebbe che se ne traessero le conseguenze.


Conferenza dei sindaci, se ci sei batti un colpo


29.3.19

Ospedale di comunità, è giusto precisare


Comitato altopolesano dei cittadini per il “San Luca”
presso Jenny Azzolini, Via Matteotti 82 – 45027 Trecenta (Ro)
Tel. 0425701126 – Cell.  3473490340
sito internet: http://ospedaletrecenta.blogspot.it/

Data,  26 marzo 2019

E’ giusto precisare


Parlando del servizio offerto dall’Ospedale di comunità presso il San Luca, nello scorso articolo non abbiamo dato sufficiente risalto all’impegno e alla disponibilità del personale.
Perciò denunciamo ancora le difficoltà cui sono legati gli operatori: mancanza di  personale (detto e ridetto) e servizio di medicina in generale che non offre disponibilità di letti tale da soddisfare la richiesta crescente. Questa carenza incide sul servizio di Pronto soccorso, medicina, lungodegenza, ospedale di comunità.
Ciò nonostante, l’impegno, la collaborazione, l’organizzazione che al San Luca  medici ed infermieri sono riusciti a creare riesce a dare spesso risposte positive ai bisogni della popolazione polesana.
E in situazioni di particolare difficoltà nell’ospedale di comunità si riesce ad offrire  assistenza anche per periodi prolungati.
Di fronte ai problemi già pesanti, che con le nuove schede ospedaliere sembrano anche più gravosi, vogliamo ripetere il nostro grazie al personale tutto.

Per il Comitato Altopolesano dei cittadini per il "San Luca"
Jenny Azzolini Rossi

25.3.19

Ospedale di Trecenta senza terapia intensiva. Conseguenze drammatiche

La giunta regionale vuole eliminare la terapia intensiva dall'ospedale "San Luca" di Trecenta.
Quali saranno le conseguenze?


La terapia intensiva del "San Luca" ha sempre avuto come principale nemico il suo stesso primario che, da quanto ci viene segnalato, a più riprese ne ha proposto la chiusura. Ora ci si mette anche la giunta regionale.
Con le nuove schede ospedaliere i posti letto saranno 16 a Rovigo e 4 a Adria. E tutto ciò senza che nessun politico alzi la testa e la voce.
Perdere quei posti letto significa, per l'ospedale di Trecenta, togliere preziose possibilità di cura soprattutto ai pazienti anziani con patologie di tipo medico, mentre a Rovigo la priorità dei posti letto è per i pazienti chirurgici.
A riforma esecutiva gli anziani ricoverati al San Luca, senza la terapia intensiva, dovranno farcela con le loro forze e con il solo supporto del reparto medico.
Ovviamente togliere la terapia intensiva significa anche togliere la presenza del medico rianimatore di notte e nei festivi.
Infine, l'attività chirurgica. Senza terapia intensiva non potranno più essere eseguiti interventi complessi che ne prevedono il supporto. La chirurgia diventerà un'attività residuale, patetica.
La drammatica carenza di anestesisti (nella nostra Ulss ne mancano 15), di cui è responsabile prioritariamente l'amministrazione regionale, farà il gioco della giunta Zaia che troverà un ottimo appiglio per proseguire nella sua opera di devastazione della sanità pubblica.

23.3.19

Piano socio sanitario regionale. Iniziativa della Cgil

La Cgil organizza un question time con Domenico Mantoan, direttore generale dell'area sanità e sociale della regione.

Mercoledì 27 marzo 2019, ore 17.30, aula magna della cittadella sanitaria a Rovigo.


Ospedale di Trecenta, sparita la Terapia Intensiva. Nemmeno una parola sui giornali

Nell'immagine potete vedere la scheda ospedaliera proposta dalla giunta regionale a corredo del nuovo piano socio-sanitario. Deliberazione n. 22 del 13 marzo 2019.


19.3.19

Nel Polesine, periferia degradata del Veneto


Comitato altopolesano dei cittadini per il “San Luca”
presso Jenny Azzolini,Via Matteotti 82 45027 Trecenta (Ro) Tel. 0425701126 –Cell.3473490340
sito internet: http://ospedaletrecenta.blogspot.it/

Data, 19 marzo 2019

Nel Polesine, periferia degradata del Veneto

1. Il fatto che nell’ospedale pubblico trecentano, si sia raggiunto il record di 14 posti letto bis (e non solo per il picco influenzale!!!) conferma che tra Pronto Soccorso – Medicina – Lungodegenza,  non sempre si riesce a dare accoglienza e cura ai tanti pazienti di una popolazione anziana come quella altopolesana.
Perché al San Luca, la direzione generale ha tagliato tanti posti letto soprattutto nell’Area Medica.
Senza che i sindaci abbiano (molto) protestato.
Piccola considerazione: il punto nascite è stato chiuso in altopolesine perché la popolazione è anziana, dice la regione Veneto.
Ma se la popolazione è anziana, perché a medicina - lungodegenza sono stati tolti posti letto?

2. Nell’ospedale di comunità non si è mai concretizzata la possibilità (come dice il precedente piano socio-sanitario) di offrire al paziente la degenza superiore a 1 mese, con partecipazione economica. Perché?

3. Pronto Soccorso, promessa ufficiale del dg.(lo scorso anno in consiglio comunale aperto, a Trecenta): una nuova sala d’attesa e due camere di astanteria. Fatta SOLTANTO la nuova sala d’attesa (quindi letti bis in astanteria).

4. Lunghe liste d’attesa: si scarica la responsabilità sui medici di famiglia,quando si sa che i veri motivi sono altri.
Ora la legge del 1998 è riproposta (come novità) e un limite massimo viene fissato anche per le prestazioni programmate.
Come facciamo a crederci?

5. PREVENZIONE (la chiamano così...):per screening mammario tempi lunghi per refertare. Mesi! anche in casi problematici.
Perché certi medici in servizio (ottimi per i pazienti) non possono refertare e i medici pensionati  sì?
E chi deve sottoporsi ad ulteriori controlli deve attendere sperando di non avere un male da intervento rapido.

6. ZAIA è costretto a denunciare una fuga numericamente consistente di personale medico qualificato. Dal pubblico al privato.
Il governatore vuol sembrare preoccupato ma evita di assumersi la sua (grossa) fetta di responsabilità. Insieme ai suoi devoti ed obbedienti direttori generali.
Perché sa bene che il personale è pagato poco e soprattutto ha spesso un orario di servizio pesante; anche la reperibilità notturna, magari con turno regolare il giorno dopo.
Quindi perché fingere di stupirsi di conseguenze sgradevoli ma ampiamente prevedibili?

7. Le difficoltà quotidiane, gli spostamenti abbastanza ripetuti di appuntamenti, la mancanza di informazione precisa, la dislocazione variabile di ambulatori ci portano a una conclusione: forse sarebbe il caso di definire un calendario che preveda anche la frequenza e la collocazione degli ambulatori.
Chiaro - preciso - facilmente comprensibile.
Per tutti e 3 gli ospedali pubblici: Rovigo - Adria - Trecenta.

Ora, le nuove schede ospedaliere che dicono l’ospedale di Rovigo Hub provinciale,  definiscono l’ospedale di Trecenta "ospedale in zona disagiata". (Alibi per giustificare l’impoverimento / scadimento?)
Per l’ospedale di Adria è prevista la richiesta di deroga per il punto nascita. (repetita NON iuvant).

Non son chiusi ospedali, per ora sopravvivono, ma si continua a svuotarli senza investire in tecnologia e in personale qualificato.

I comuni cittadini altopolesani sentono di essere considerati una categoria inferiore. Sensazione giustifica dai piccoli-grandi eventi sanitari di ogni giorno.

Ma il problema, evidentemente, non tocca da vicino i sindaci dell’Altopolesine.

Per il Comitato Altopolesano - Jenny Azzolini Rossi.

3.3.19

Mense ospedaliere, bocciato il maxi appalto a Serenissima Ristorazione. Per l'Ulss 5 gara da rifare

da La Tribuna di Treviso, 27 febbraio 2019
Renzo Mazzaro
27 FEBBRAIO 2019

Azienda Zero bocciata, per il Consiglio di Stato vanno rifatte tre gare su sei. In ballo c’erano 303,5 milioni: «Operazione diretta a conseguire un determinato esito»


VENEZIA. Esce con le ossa rotte Azienda Zero dalla sentenza del Consiglio di Stato che fa a pezzi il mega appalto per la fornitura di pasti negli ospedali veneti. Azienda Zero è il nome in codice della giunta regionale quando indossa la giacca di amministratore della sanità veneta.
L’appalto per 303.510.618 euro era stato assegnato un anno fa a Serenissima Ristorazione, l’azienda vicentina di Mario Putin che già deteneva la maggioranza delle forniture e così è arrivata a coprire il 95% del mercato. Un monopolio che oggi incassa, almeno sulla carta, un colpo che mette al tappeto.
Come esce male il Tar del Veneto che l’anno scorso, con una velocità augurabile in tutti i tribunali, aveva respinto in cinque giorni il ricorso presentato da Dussmann Service, una delle ditte battute da Serenissima.
La sentenza del Consiglio di Stato, datata 6 dicembre 2018, capovolge il verdetto del Tar. Il mega appalto era suddiviso in sei lotti, tutti assegnati a Serenissima che aveva sbaragliato la concorrenza (in Ati con Euroristorazione su alcuni lotti).
La sentenza accoglie in pieno le motivazioni di Dussmann e annulla l’assegnazione di tre lotti su sei. Precisamente il lotto numero 1, ospedali di Belluno e Marca Trevigiana; il lotto numero 6, ospedali di Dolo, Mirano, Noale; il lotto numero 3, ospedali di Rovigo.
Quello che impressiona è il linguaggio che i giudici usano nei confronti della stazione appaltante, cioè la Regione Veneto, che «ha dato luogo alla formazione di un mercato chiuso, per un importo rilevantissimo, e per un periodo prolungato, 5 anni più altri 2 prorogabili». Arrivando a parlare di «condizionamenti provenienti da intenzionali scelte di programmazione che appaiono finalizzate a orientare un certo assetto produttivo per un tempo indefinito». Pare di capire che se Dussmann avesse presentato appello su sei lotti, avrebbe fatto l’en plein.
Tutte le eccezioni presentate dagli avvocati di Azienda Zero vengono respinte. Stessa sorte per le istanze in appoggio a Serenissima di Camst-Ladisa, ditta piazzatasi seconda nel lotto numero 1.
Aveva ragione Dussmann nel puntare «a far dichiarare illegittima l’impostazione complessiva della gara» per «l’elevatissima dimensione economica e operativa, la strutturazione in soli sei lotti, con il risultato di impedire la libera concorrenza, dato che il valore economico dei lotti andava da un mino di 31 milioni del lotto 3 Rovigo, ai 66 milioni del lotto 6 Venezia».

È stato un errore, ribadisce il Consiglio di Stato, non prevedere il «vincolo di aggiudicazione», che in una gara a lotti impedisce a un concorrente di vincerli tutti. Non si capisce perché Belluno e Treviso siano stati uniti in un lotto unico, date le distanze dei due territori e la dimensione della domanda, 600.000 pasti ognuna, fabbisogno equivalente agli ospedali di Rovigo, che invece è in lotto unico.
C’è soprattutto la titolarità di un centro di cottura inserito come condizione essenziale nel capitolato d’appalto, con Serenissima Ristorazione unico concorrente a possederne uno (Boara Pisani). La scelta di Azienda Zero era collegata alla decisione di smantellare le cucine degli ospedali, indirizzo molto contrastato dai sindacati. Che adesso hanno un argomento in più:
«Anche sotto il profilo economico», si legge nella sentenza, «resta da chiedersi come mai, senza una reale analisi sulla loro eventuale disfunzionalità ovvero obsolescenza delle attrezzature e senza, anche qui, alcuna motivazione al riguardo, si sia decisa la rottamazione – con oneri di 700.000 euro a carico delle Azienda sanitarie – di tutte le strutture di produzione dei pasti presso le strutture sanitarie della Regione Veneto». «Eccesso di potere», è la conclusione, «di un’operazione artatamente diretta a conseguire un determinato risultato e un determinato assetto del settore».

Difficile non definirla una stangata. Come replica Azienda Zero? Con un serafico comunicato che cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno: «Resta confermata l’aggiudicazione definitiva per tre lotti della gara, non oggetto di impugnazione. Sarà cura dell’Azienda Zero procedere celermente ad una nuova gara, relativamente ai tre lotti su cui si è pronunciato il Consiglio di Stato, rivisitando la predisposizione del capitolato alla luce della pronuncia». Del tipo: ops, abbiamo sbagliato, che sarà mai? —

22.2.19

Ulss 5 Polesana. “Non c’è alternativa. Molti reparti chiuderanno”

fonte: rovigoindiretta.it

L'allarme lanciato dai sindacati di medici e comparto ospedaliero oggi in assemblea: raccolte le prime 300 firme per una petizione

ROVIGO – Si sono travati questa mattina tutti insieme, sia medici che personale del comparto ospedaliero, per lanciare un grido d’allarme: così non si può più continuare. Medici e infermieri, radunati in assemblea insieme ai sindacati denunciano la riduzioni degli investimenti in ambito sanitario oltre alla drammatica mancanza di personale. Per non parlare degli specialisti, tanto che il dottor Francesco Chiavilli commenta: “Dovranno essere prese delle decisioni drastiche sia per la sicurezza dei pazienti che del personale ridotto all’osso. Questo significa che andranno chiusi i reparti. Se anche cambiasse la programmazione della Regione e delle Università, saremo ancora in carenza di medici specialisti per almeno 5 anni. Non c’è alternativa alla chiusura”.

Leggi l'articolo completo, con video.

Vedi anche l'articolo del Resto del Carlino

Ospedali della provincia di Rovigo, manca il personale

I sindacati riuniti sottolineano la preoccupante emergenza